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il racconto

Misteri e “ombre” nella miniera nel cuore della Sicilia: dal sale al sospetto di scorie tossiche

A 40 anni dalla chiusura. Interrogativi senza risposta dietro la dismissione del sito Bosco a San Cataldo. Una lunga storia di lavoro e sofferenza, tra i proprietari anche i Florio

Lillo Leonardi

02 Gennaio 2026, 05:30

07:19

Misteri e “ombre” nella miniera nel cuore della Sicilia: dal sale al sospetto di scorie tossiche

Di quel freddo Natale del 1985 rimase a lungo soltanto l’emblematica immagine delle luminarie desolatamente spente, collocate nella palazzina degli uffici. Stranamente, in occasione di quelle festività, le ferie furono concesse in unica soluzione a tutti gli operai della miniera di sali potassici di contrada Bosco. Niente turnazioni, come era sempre avvenuto in precedenza.

Il motivo di quella insolita scelta nessuno lo avrebbe immaginato. Invece celava una sgradita sorpresa. La chiusura natalizia che a tutti sembrava solo temporanea, in realtà sarebbe diventata ben presto definitiva, con i cancelli del sito per sempre sbarrati, i pozzi deserti, i motori delle apparecchiature spenti, alcune gallerie allagate. E quelle lucciole natalizie eternamente al buio.

Sono passati esattamente 40 anni dalla chiusura della vecchia miniera di Bosco e di quel giacimento che aveva portato tanto benessere restano soltanto macerie, scheletri di torri metalliche, scarti di flottazione, una montagna bianca di sale e quella vallata nel cuore Sicilia avvolta nel silenzio... assordante.

Tristemente deserto rimase anche il cosiddetto “villaggio dei continentali”, dove avevano a lungo alloggiato i tanti professionisti e tecnici venuti dalla Toscana e dalle Marche, dipendenti dell’azienda Montecatini che gestiva l’attività estrattiva. Nel periodo clou, alcuni dei “continentali” si erano infatti stabiliti a San Cataldo con le loro famiglie. Gli impianti di Bosco erano considerati tra i più moderni d’Europa e la “catena di produzione” - tra attrezzature di scavo e carrelli - era in grado di portare in superficie circa 300 tonnellate l’ora di materiale. Vi lavoravano oltre 200 persone. E gli autobus dell’Ala Vit facevano la spola dalla città per ogni cambio turno dei dipendenti.

L’epopea del sale comincia a metà del secolo scorso, quando viene avviata una campagna di sondaggi per la ricerca dello zolfo che già veniva estratto dalla miniera limitrofa, ma con le trivellazioni anziché il materiale ipotizzato viene trovato appunto il sale. E si va avanti per anni con la doppia produzione: zolfo e kainite. L’estrazione di zolfo viene effettuata dalla società milanese fino al 1972.

UNA STORIA SECOLARE

La miniera era attiva dalla prima metà dell’Ottocento, quando era proprietario il principe Galletti. Nel tempo la proprietà di quel giacimento ha subito vari passaggi di mano. Si è pure scoperto che da un documento datato 1882 risulta proprietario il commendatore Ignazio Florio, figlio del famoso capostipite Vincenzo e di Giulia Portalupi. Il padre, palermitano, fu l’artefice dello sviluppo delle attività commerciali, dalla navigazione alla pesca, dall’industria tessile alla produzione di vini e liquori. Il figlio Ignazio proseguì l’attività di armatore ed acquistò le tonnare dell'isola di Favignana e delle Egadi, per la conservazione del tonno.

Ignazio rimase proprietario e coltivatore della solfara Bosco fino alla morte, avvenuta a Palermo il 17 maggio 1891, dopo avere assunto nel 1886 anche la gestione delle solfare Rabbione e Grottarossa. Dopo di lui, la proprietà passò al figlio Ignazio junior, che all’epoca aveva 23 anni e non espletò mai l’attività di esercente. Infatti, in un documento del 6 agosto 1894, redatto dall’Amministrazione comunale di San Cataldo, Polizia delle Miniere, Alfonso Giangrasso, quale rappresentante/esercente della zolfara di proprietà dei Florio, dichiarò di affidare la direzione a Numa Mager e la sorveglianza dei lavori ai serradifalchesi Angelo Montante e Angelo Cordaro.

Il 31 ottobre 1909 Ignazio Florio junior cedette la miniera Bosco alla Societè General des Soufres. Seguono altri trasferimenti di proprietà, finché il 4 luglio 1940 subentra la Montecatini in tutte le attività. Il 6 maggio 1952 viene avviata la campagna di sondaggi alla ricerca di altri giacimenti sotterranei di zolfo, ma viene trovato solo sale.

In previsione della coltivazione del sale la società chiede alla Regione un contributo per realizzare la strada di accesso e otto alloggi per i dipendenti. Con il passare degli anni gli alloggi residenziali si moltiplicano, grazie alla cessione di 5 mila metri quadrati di terreno da parte del Comune di San Cataldo. Nasce così il “villaggio dei continentali” che viene dotato di illuminazione, allacci idrici e fognari. C’è pure la chiesa, la scuola elementare per i figli dei lavoratori, il negozietto di generi alimentari, il bar e la sala Cral dove i residenti si incontrano la sera per ballare con la musica delle band dell’epoca. Vengono realizzati i campi da tennis, viene istituita la Stazione dei Carabinieri e, più a valle, viene creata la centrale elettrica.

Quando la Montecatini decise di mollare lo sfruttamento dei sali siciliani, le leve vennero affidate alla Regione, attraverso l’Ente Minerario Siciliano e l’Ispea. Si andò avanti appunto fino al Natale del 1985, ma già da un paio d’anni l’impianto di flottazione arricchiva soltanto la kainite che si estraeva ancora dalla vicina Palo e da Racalmuto.

I veri motivi che hanno portato alla chiusura della miniera Bosco probabilmente non si conosceranno mai. C’è chi li collega al bacino salifero che da lì a poco si sarebbe isterilito, chi alle contemporanee vicende giudiziarie dell’avvocato agrigentino Francesco Morgante, all’epoca ras delle miniere siciliane, chi alla necessità di non fare concorrenza ai giacimenti estrattivi di altri Stati europei. Di certo c’è che proprio nei giorni precedenti la chiusura era stato messo a punto, con l’ok della Regione, un imponente piano di rilancio del sito ed un progetto di riconversione, sfruttando la kainite per la produzione di fertilizzanti. Invece il sogno svanisce e per centinaia di operai e impiegati over 45 scattano i prepensionamenti. Gente ancora in età lavorativa che percepisce l’assegno Inps e che - con le competenze acquisite in vari settori - da lì a poco andrà anche ad alimentare sacche di lavoro nero...

«L’inizio del 1986 segnò la chiusura definitiva degli impianti della miniera - ricorda il geologo sancataldese Angelo La Rosa, che ha dedicato meticolose ricerche, anni di studio e pure un libro-inchiesta a Bosco -. Nello stesso anno, da indagini già avviate da tempo dalla Geoanalysis di Torino, che evidenziavano un fenomeno di subsidenza attivo, seguirono due ordinanze a firma del sindaco di San Cataldo, che imposero all’Ispea e alla società Simmont S.p.a., proprietaria di gran parte del villaggio residenziale, l’obbligo di sgomberare entro 5 giorni tutti i fabbricati interessati al fenomeno, con trasferimento del personale a Palo per ragioni di sicurezza. L’ing. Mammana, nella qualità di dirigente coordinatore dei siti minerari, dovette avviare tutte le operazioni di chiusura, in collaborazione con Salvatore Santoro, responsabile degli impianti esterni, insieme a Francesco Gariazzo, responsabile del sottosuolo, Sergio Leprini, responsabile degli impianti elettrici in sottosuolo, Calogero Caramanna, con la qualifica di topografo. Con loro anche gli amministrativi Alessandro Bardini e Giovanni Pera.

«ABBATTETE LA TELEFERICA»

«E mentre si pensava al da farsi - continua La Rosa - l’ing. Mammana, al suo rientro da Palermo dopo una delle tante riunioni dedicate al sito minerario, comunicò che bisognava buttare letteralmente giù la teleferica, con grande stupore di Salvatore Santoro che espresse il suo disappunto perché non riusciva a comprendere la tempestività dell’azione rispetto all’idea di un ambizioso progetto di riconversione dell’intero bacino minerario in avanzata fase di studio e dove tutto sarebbe ruotato proprio attorno alla teleferica. Sarebbe stato sufficiente togliere i carrelli, le pulegge e tagliare le funi. Invece le disposizioni imposero, senza replica, l’abbattimento in tempi rapidi di tutti i tralicci di una teleferica che si snodava per 18 chilometri, portando la kainite arricchita all’impianto di Casteltermini, sul greto del Fiume Platani. Si cancellò in una notte qualsiasi opportunità di rilancio delle attività. Forse la teleferica, potenziale cordone ombelicale, poteva far riaffiorare in qualcuno il forte desiderio di ricominciare...».

«Caltanissetta - aggiunge il geologo - è stata una zona di miniere di zolfo e sale. Questi minerali hanno dato ricchezza ma anche tanto dolore, e la loro storia s’intreccia con la vita di una Sicilia pozzo di San Patrizio, ma anche terra di tanti lavoratori pronti a spaccarsi la schiena onestamente per sé stessi e per la famiglia».

Cosa rimane oggi di contrada Bosco, antico crocevia di zolfo e sale? L’analisi del dott. La Rosa è una fotografia impietosa: «Restano cumuli di rosticci, buche a malapena messe in sicurezza, brandelli di calcaroni, montagne di sterili che imbiancano i letti dei corsi d’acqua nei periodi di siccità, ferraglie e lastre di cemento amianto implose a formare discariche incontrollate. Forse dovremmo indignarci. Quantomeno per chiedere ciò che ci spetta: un territorio privo di contaminazioni, dove la natura possa riprendersi il maltolto, rimarginando le sue ferite».

Con il passare degli anni sono pure affiorati i sospetti che quei pozzi a lungo non protetti della vecchia miniera di Bosco potessero essere diventati un cimitero di scorie radioattive, un grande serbatoio di oli esausti o una pattumiera di rifiuti tossici. Andando ad infittire il mistero...

«Ora tutto è diruto - conclude La Rosa -, quasi risucchiato dalla terra svuotata, violentata. Hanno rubato tutto, pure gli intonaci. Non rimane che constatare con amarezza quanto lasciato alle spalle da chi è fuggito frettolosamente dopo avere depredato ciò che la natura aveva nascosto nelle sue viscere in milioni di anni: un bosco ferito e un sottosuolo sventrato».

Ora c’è un progetto di finanza pubblica e la Regione ha concesso l’area per lo sfruttamento dell’ammasso salino accumulato nel corso dell’attività estrattiva. E sarà realizzato anche un campo fotovoltaico.