Il caso
Lo Zen come “Gomorra”, sfida aperta alle istituzioni e il parroco grida: "Basta proclami"
Omicidi, attentati e abbandono: lo Zen al collasso tra violenza diffusa e promesse non mantenute
«A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca», diceva spesso Giulio Andreotti, uno che con gli aforismi aveva una certa dimestichezza. Allo stesso modo, quando in città succede qualcosa di grave, di gravissimo, purtroppo anche tragico a volte, molto (anzi troppo) spesso, lo Zen è coinvolto in qualche modo. Direttamente, come nel caso ad esempio della Gomorra di fine anno e con la chiesa danneggiata in più occasioni, o indirettamente, con i più terribili delitti che il capoluogo ha visto nell’anno passato, la morte di quattro giovani tra la strage di Monreale e l’omicidio di Paolo Taormina.
Uno dei tanti comunicati stampa di ieri recitava: «Lo Zen rischia di diventare fuori controllo». Rischia? Si fa davvero fatica a pensare un quartiere di una grande città siciliana, italiana anche, più fuori controllo di così. In un’ipotetica classifica delle zone peggiori di tutto il Paese, lo Zen lotterebbe senza alcun dubbio per la top 5.
Dopo la morte di Paolo Taormina e l’arresto di Gaetano Maranzano, ventottenne discendente di una famiglia del quartiere ben nota a cronache e forze dell’ordine, c’erano stati giorni difficili per tutti i residenti: blitz continui, arresti, controlli interforze. Troppo poco, forse, per sperare in effetti concreti. Tempo una settimana o poco più, tutto è tornato come prima.
Voci dicono che la misura è colpa, e che tutti, dalle istituzioni alle forze dell’ordine, si siano stancati di un quartiere che praticamente è una zona franca dentro la città: parole a parte, si è capito che bisogna fare qualcosa di forte e concreto. Cosa? Controlli, innanzitutto, fare sentire di più la presenza dello Stato. E magari farlo per davvero, perchè troppo spesso, dopo le parole, non sono seguiti i fatti. Si è fatto finta di niente, si è fatto anche finta di dimenticare quel quartiere, diciamo così, “anarchico”, così anarchico da sfuggire anche alle logiche della mafia, che diversamente da altri luoghi in città e fuori non ha mai avuto davvero il pieno controllo tra quei padiglioni. Ora non si può più “abbozzare”.
Una città divisa in zone di sicurezza è il chiaro sintomo di una città che non va. A Palermo, capoluogo di regione, ci sono zone dove un pregiudicato, con un passato magari turbolento ma con un presente senza ombre, magari non si può andare a fare un bicchiere con gli amici della movida in “zona rossa”, per poi scoprire che nella stessa città ci sono posti dove si crivellano di notte cassonetti e auto. Non sarà nel perimetro del divertimento, ma sempre Palermo è. Sui social sempre più persone chiedono perchè non si fa una zona rossa allo Zen, in maniera provocatoria.
«Più dei colpi di pistola, mi fa paura l'inerzia della gente, della comunità che dovrebbe reagire in maniera compatta e forte. La repressione da sola non basta. Così come non servono i proclami. Allo Zen occorrono soluzioni», dice padre Giovanni Giannalia, a poche ore dal secondo attentato alla chiesa di San Filippo Neri. Nel frattempo il presidente dell’Amat, Giuseppe Mistretta, ha scritto al prefetto dopo che un suo autista è stato minacciato con una pistola sulla linea 619. Quella che porta allo Zen. «Non ne possiamo più, si è andati oltre», ha scritto Mistretta, minacciando di sospendere il collegamento. Anche qui, segno di un qualcosa di fuori controllo, ma evidentemente non troppo.