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L'attacco Usa al Venezuela: cosa sappiamo davvero su raid, esplosioni e la cattura di Nicolás Maduro

Trump annuncia sui social la cattura del presidente venezuelano. Caracas parla di “aggressione militare”. Tra testimonianze di esplosioni e blackout, il governo chavista appare in tv. Ma dove si trovano davvero Maduro e la moglie?

Redazione La Sicilia

03 Gennaio 2026, 16:17

16:19

caracas bombardamenti

La notte su Caracas è stata squarciata da boati che hanno fatto tremare le finestre nei quartieri a sud e a est della capitale. Alle prime ore del mattino del 3 gennaio 2026, sopra i palazzi si sono visti elicotteri e aerei volare a bassa quota; sui social, video di colonne di fumo rilanciati senza sosta. Mentre la città cercava di capire se stesse assistendo a un’operazione interna o a un attacco esterno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump pubblicava un messaggio su Truth Social: gli USA avrebbero «eseguito un attacco su larga scala» contro il Venezuela e «catturato Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores», “volati fuori dal Paese”. Nessun dettaglio sul luogo in cui sarebbero trattenuti. Un annuncio che ha incendiato un quadro già incandescente, spingendo Caracas a denunciare “un’aggressione militare” e a dichiarare lo stato d’emergenza.

Cosa ha detto Trump, e cosa non ha detto

Secondo il post del presidente americano, l’operazione sarebbe stata «condotta in coordinamento con le forze dell’ordine USA», con una conferenza stampa promessa a Mar-a-Lago per le 11 ora locale del 3 gennaio, le 17 in Italia. Non è stato indicato dove si trovino oggi Maduro e Flores, né quale catena di comando abbia autorizzato l’azione sul territorio venezuelano. Alcuni media anglosassoni, citando fonti militari, parlano di un blitz di reparti d’élite come la Delta Force, con supporto di elicotteri del 160th Special Operations Aviation Regiment; informazioni che, al momento, non possono essere verificate in modo indipendente e che la Casa Bianca non ha dettagliato ufficialmente.

Caracas: “Resistere all’aggressione, governo operativo”

Dal lato venezuelano, dopo ore di silenzio, sono apparsi in tv il ministro della Difesa e la vicepresidente Delcy Rodríguez, che ha chiesto «prove di vita» per Maduro e la first lady e ha definito l’azione «un atto imperialista» volto a piegare il Paese. La leadership chavista ha chiamato alla mobilitazione, insistendo sul fatto che istituzioni e catena di comando restano operative. Il governo parla di attacchi coordinati su Caracas e negli stati di Miranda, La Guaira e Aragua; nelle stesse ore, l’opposizione e fonti locali segnalavano almeno sette esplosioni in diverse aree della capitale.

Dove si è colpito: basi, hangar, antenne

Le testimonianze e i filmati geolocalizzati circolati nella notte indicano come obiettivi probabili alcune infrastrutture militari e di comando: tra queste, la Base Aerea Generalísimo Francisco de Miranda (La Carlota) e il Fuerte Tiuna, grande complesso militare a sud di Caracas. Si parla di hangar danneggiati, blackout localizzati e antenne di comunicazione colpite, oltre a segnalazioni nell’area di La Guaira e verso Higuerote. Ma il presidente della Colombia Gustavo Petro e testimoni hanno dichiarato che sono stati colpiti anche la sede del parlamento venezuelano e la tomba mausoleo di Hugo Chavez. L’operazione aerea – stando a più ricostruzioni – sarebbe durata meno di 30 minuti, con voli a bassissima quota e passaggi ripetuti su corridoi noti. Anche in questo caso, numeri e lista dei target restano provvisori e potrebbero essere rivisti. Non vi è un bilancio ufficiale delle vittime. Le autorità venezuelane parlano di vittime civili e militari, ma senza numeri verificabili.

La “cattura” di Maduro: conferme, smentite, zone d’ombra

Il punto più controverso resta la cattura del capo dello Stato venezuelano e della moglie. Oltre al post di Trump, alcune ricostruzioni di stampa riferiscono che i due sarebbero stati prelevati all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna e successivamente trasferiti fuori dal Paese. Manca però una prova indipendente – ad esempio immagini o comunicazioni verificabili – sul loro stato e sulla destinazione. Nel frattempo, la vicepresidente Rodríguez ha ribadito che la loro ubicazione è «sconosciuta» e ha chiesto garanzie formali sull’incolumità del presidente. Sui canali ufficiali venezuelani non sono state diffuse finora immagini recenti di Maduro.

Il contesto: mesi di crescente frizione

Per capire l’azzardo di un’operazione tanto rischiosa bisogna tornare alla progressiva militarizzazione del dossier venezuelano avvenuta negli ultimi mesi. Washington ha dispiegato unità navali e 15 militari nel Caribe, motivando la mossa con la necessità di contrastare i narco-trafficanti e gruppi designati come organizzazioni terroristiche straniere. Nel frattempo, gli USA hanno colpito diverse imbarcazioni sospettate di trasportare droga in acque internazionali, tra settembre e novembre, con decine di morti. Una campagna estremamente controversa sul piano legale e umanitario. Maduro, già sotto indagini e capi d’accusa negli Stati Uniti dal 2020 per narco-terrorismo, ha sempre respinto ogni accusa definendola strumentale, accusando Washington di voler rovesciare il suo governo per il controllo delle riserve petrolifere del Paese.

Perché proprio adesso

Nelle settimane precedenti al raid, fonti statunitensi e latinoamericane avevano registrato un crescendo di minacce verbali da parte di Trump nei confronti del governo venezuelano, con l’ipotesi – più volte lasciata intendere e mai esclusa – di operazioni dirette sul suolo venezuelano. Nel frattempo, Washington aveva intensificato le sanzioni e il blocco contro il traffico petrolifero, e messo nel mirino cartelli e reti criminali venezuelane, presentandole come parte di una guerra asimmetrica contro gli USA. La notte del 3 gennaio è arrivato lo scarto qualitativo: dalle operazioni marittime nelle acque internazionali al primo attacco dichiarato sul territorio della Repubblica Bolivariana.

Il diritto internazionale alla prova

L’operazione, se confermata nei termini annunciati da Trump, solleva interrogativi pesanti su legalità e legittimità. 

La sovranità venezuelana: un’azione militare non autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e non giustificata da autodifesa immediata apre a contestazioni di violazione del diritto internazionale. I governo di Colombia e Cuba hanno invocato una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza, mentre da Londra il premier Keir Starmer ha precisato che il Regno Unito «non è coinvolto» e sta “verificando i fatti”, segno della delicatezza diplomatica del dossier.

L’estradizione “di fatto”: nel 2020 gli USA avevano emesso capo d’accusa contro Maduro per narco-terrorismo e offerto taglie milionarie per informazioni utili alla sua cattura. Ma un prelievo in territorio sovrano, se non basato su accordi giudiziari, rischia di configurare un'azione illegale di deportazione/detenzione e di aprire contenziosi giudiziari e diplomatici di lunga durata.

Gli Stati Uniti e la prova del Congresso

Sul fronte interno americano, l’operazione apre un fronte politico e legale. Deputati e senatori – anche di opposizione – chiedono di conoscere le basi giuridiche del raid e le regole d’ingaggio; si discute se il presidente abbia informato o meno la leadership del Congresso prima dell’azione. La promessa conferenza stampa a Mar-a-Lago è stata preannunciata come momento di chiarimento; ma senza dettagli su catena di comando, obiettivi militari esatti e valutazioni d’intelligence, le domande resteranno aperte.