Il delitto
Garlasco, i nuovi testimoni e la bomba dei giudici contro "Le Iene": "Insinuazioni e diffamazioni", ecco cosa sta succedendo
Il caso Garlasco tra nuove testimonianze de Le Iene e la condanna per diffamazione: rivelazioni inedite, ritratti e il nodo delle dichiarazioni inattendibili
Chiara Poggi
Il caso di Garlasco continua ad alimentare il dibattito, tanto nei talk televisivi quanto, soprattutto, nelle aule giudiziarie. Da un lato la trasmissione di Italia 1 Le Iene; dall’altro la giudice della terza sezione penale del Tribunale di Milano, Sara Faldini, che nelle motivazioni della sentenza con cui, a fine aprile 2025, ha condannato autore e conduttore di un servizio a una multa di 500 euro e al risarcimento in favore di Stefania Cappa, afferma che associare quest’ultima – e, più in generale, la famiglia Cappa – al delitto di Chiara Poggi integra diffamazione.
Nonostante il verdetto, il programma insiste. In un nuovo servizio trasmesso domenica sera (11 gennaio), la redazione presenta due «testimonianze completamente nuove», mai acquisite prima: una donna e un uomo, estranei l’uno all’altra, sostengono di aver visto, la mattina del 13 agosto 2007, rispettivamente Mariarosa Cappa e una delle figlie nei pressi di via Pascoli, dove si trova l’abitazione dei Poggi.
Racconti che, secondo Le Iene, corroborerebbero la versione dell’operaio Marco Muschitta, il quale disse di aver notato uscire quella mattina da via Pascoli una ragazza bionda in bicicletta. La deposizione di Muschitta era stata dichiarata inattendibile dagli inquirenti.
Già nel maggio 2022, nello speciale «Delitto di Garlasco: la verità di Alberto Stasi», la trasmissione aveva rilanciato il tema; proprio quel contenuto è stato oggetto della condanna per diffamazione emessa nell’aprile 2025.
Nelle motivazioni, la giudice Faldini parla di diffamazione aggravata per aver «insinuato nel corso dello speciale» che Stefania Cappa, una delle gemelle cugine di Chiara, «potesse essere coinvolta nell’omicidio» della studentessa, riportando le dichiarazioni di Muschitta, della cui «assoluta inattendibilità» aveva già dato conto il gup di Vigevano nella sentenza del 2009 che assolse Alberto Stasi.
La redazione di Italia 1, dal canto suo, precisa di «essere stati condannati in primo grado per diffamazione nei confronti della famiglia Cappa», di «aver fatto ricorso in appello» e di aver proseguito l’inchiesta.
I due nuovi testimoni affermano di non conoscersi. La donna, che ha vissuto a lungo a Garlasco e frequentava lo stesso bar della madre delle sorelle Cappa, «la Mariarosa», zia di Chiara, riferisce che, mentre era in auto in via San Zeno, vide «un’auto arrivare da sinistra, e all’altezza del benzinaio, io avevo lo stop, ho dato la precedenza. Lei guidava così, attaccata al volante, perché lei è una che guida così, era lei sono sicura, m’aveva anche visto». Colloca l’episodio «tra le 9.15-9.30 e le 10» e identifica la persona come Maria Rosa Poggi: «Sono sicurissima, macchina nera». Aggiunge poi un dettaglio: «Ho solo un dubbio, che davanti c’era la figlia in bicicletta».
L’uomo, titolare di una ditta in paese, incontrato più volte dall’inviato, dichiara di non essersi rivolto alle forze dell’ordine per timore di essere coinvolto. Sostiene: «Io quel giorno sono passato di lì e ho visto una ragazza bionda, era in bicicletta una bicicletta nera, con un attrezzo in mano». Non ricorda l’orario: «Stavo andando a Pavia, e son passato di lì, ma non posso dirti ’sta ragazza chi era, con un attrezzo in mano, m’è sembrata, m’è sembrata la Cappa».
L’autore del servizio è stato condannato alla multa di 500 euro e al risarcimento di Stefania Cappa, costituitasi parte civile con gli avvocati Gabriele Casartelli e Matteo Bandello, mediante una provvisionale di 10mila euro.
Nelle motivazioni del verdetto, depositate a fine ottobre ma rese note lunedì 12 gennaio, la giudice osserva che appare «evidente» come dal servizio televisivo «si giunga a insinuare, benché tale non fosse l’obiettivo perseguito dagli imputati, che Cappa potesse avere avuto un ruolo nell’omicidio» di Chiara, suggerendo anche che fossero «state tralasciate, forse anche dolosamente, delle dichiarazioni centrali all’accertamento della verità».
La giudice puntualizza che «non è certamente possibile in questa sede» affrontare «l’estrema complessità della vicenda giuridica relativa all’omicidio di Chiara Poggi». La «riapertura delle indagini», che ha portato Andrea Sempio a essere indagato per la seconda volta, «documentata dalla difesa degli imputati», così come le «rilevate e notorie criticità del procedimento a carico di Stasi», poi condannato in via definitiva, e le «vicende intricate ed estremamente complesse» nonché le «critiche mosse ai provvedimenti giudiziari e giurisdizionali», «esulano dall’oggetto» del processo per diffamazione.
Secondo l’imputazione, Riccardo Festinese, «quale autore», e Alessandro De Giuseppe, «quale conduttore», con il servizio del 24 maggio di quattro anni fa avrebbero «offeso la reputazione» di Stefania Cappa «insinuando un suo coinvolgimento nell’omicidio».
In particolare, «riportando le dichiarazioni al riguardo rilasciate all’epoca» da Muschitta e «accreditandole sebbene ritrattate» perché «sarebbero state confermate da intercettazioni e altre deposizioni», senza «riferire» che «tali dichiarazioni erano state ritenute inutilizzabili».
Muschitta, tecnico del gas, sostenne di aver scorto, la mattina del delitto, una ragazza bionda somigliante alla cugina di Chiara allontanarsi in bicicletta dalla villetta di via Pascoli, con in mano destra un attrezzo da camino; ritrattò poi tutto, ammettendo di essersi inventato la storia.
In aula, il pubblico ministero aveva chiesto l’assoluzione dei due imputati, ma la giudice ha accolto la linea della parte civile, ricordando che Stefania Cappa «non è mai stata indagata» per l’omicidio. Le sentenze «sia di assoluzione che di condanna» di Stasi «nemmeno analizzano le dichiarazioni di Muschitta», a riprova «della loro sostanziale irrilevanza sul piano probatorio».
Il programma, si legge ancora, ha offerto una «rappresentazione» «parziale». Nel servizio, per la giudice, «appare carente il riferimento all’inutilizzabilità delle dichiarazioni di Muschitta e alle supposte anomalie della sua ritrattazione».
Un prodotto «volutamente e artatamente costruito per provocare nella donna una reazione scomposta», reazione che tuttavia non c’è stata: Stefania Cappa «assunse un atteggiamento deciso ma pacato».