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palazzo delle aquile

Palermo, la Dc perde altri pezzi e la maggioranza di Lagalla è sempre più "liquida"

Le divisioni nel centrodestra palermitano e le tensioni con Italia Viva

Salvatore Ferro

17 Gennaio 2026, 06:00

Palermo, la Dc perde altri pezzi e la maggioranza di Lagalla è sempre più "liquida"

Uno scudo non crociato ma azzurro in campo tricolore è la sua fotografia. Logo che dice tanto, più della ruvida parafrasi di De Gregori, a partire dal claim, «Forza Palermo», incorniciata dal profilo stilizzato di monte Pellegrino. Che l’acronimo Dc sia finito per significare, con semantica epocale, «dopo Cuffaro», è un fatto. Un nutrito manipolo guidato dall’ex assessore di Lagalla Andrea Mineo, forzista d’origine e - diciamolo - in prospettiva di riapprodo, segue (anzi precede, sull’ufficialità) il distacco degli altri due consiglieri Domenico Bonanno e Viviana Raja, che invece, con scalo provvisorio in gruppo autonomo, vedono profilarsi le rive di un’altra isola di maggioranza, Fratelli d’Italia. La squadra Mineo, in consiglio comunale, serrerà i ranghi ( Natale Puma e Totuccio Di Maggio ), appunto, nel gruppo Forza Palermo. Presidente, Puma. Giuseppe Tripoli, intanto, sarà nel nuovo gruppo al consiglio metropolitano. Ma il manipolo è ben più folto ed esonda in provincia, con una ventina di firme tra le quali quelle di molti attuali o ex consiglieri e assessori della provincia, anche con la P maiuscola di Palazzo Comitini.

Mossa tattica felice secondo molti osservatori, che sottolineano la tempestività, in relazione alla due giorni siciliana del leader di Forza Italia, Antonio Tajani. Nel fortino Dc restano Salvo Imperiale e Giovanna Rappa. Magari la vicenda della diaspora diccì aumenta di qualche grado la temperatura, sotto il calderone della maggioranza sempre più “liquida” di Roberto Lagalla. Ma non è il più grosso dei problemi, dal momento che Mineo non si fa pregare, quanto a professioni di «lealtà al sindaco e radicamento convinto nel centrodestra». Con postilla che riguarda «singole, concrete questioni nelle quali - dice - avremo naturalmente i nostri punti di vista politici e operativi».

La temuta “liquidità” della maggioranza, che è il prodromo per ora soltanto teorico della liquefazione, ha più a che fare, paradossalmente, con temi che toccano l’opposizione. Si tratta del ruolo degli uomini di maggioranza con storia o dna in Italia Viva. Il renziano di primo rilievo in Sicilia, Davide Faraone, è già venuto alle armi corte con Avs e Cinquestelle, anche se la sua apertura del campo progressista a gente non di area, riguardava specificamente la Regione. Ma gli scudi si sono levati ugualmente. I nomi si fanno: gli assessori Maurizio Carta e Totò Orlando, il consigliere Dario Chinnici, portabandiera del gruppo del sindaco. Più indiscrezioni sparse, come quella che vuole vicino a Renzi il successore di Fabio Giambrone alla guida di Gh, la società di handling dell’aeroporto, Giuseppe Biundo. Gli uomini di giunta e di aula avevano assicurato l’allontanamento da Renzi quando il presidente della Regione Renato Schifani ne chiese conto, nel 2024, a Lagalla, mentre Faraone bersagliava Palazzo d’Orléans. Un’abiura della quale tutti hanno memoria e prendono atto, ma che - lo dice pure il capogruppo Pd Rosario Arcoleo, pur «naturalmente favorevole al campo largo» - «merita chiarezza definitiva, come meritano risposta i rilievi di Avs e M5s».