la ricorrenza
Palermo, a quarant’anni dall’inizio del Maxiprocesso l'allarme delle associazioni: «Retorica e folklore indeboliscono l’antimafia»
«La lotta contro la criminalità organizzata non è più in cima alle priorità di politica e società civile»
Per chi era adulto nel 1986 il maxiprocesso di Palermo è una ferita aperta, un momento spartiacque inciso nella memoria collettiva. Per chi è nato dopo, invece, è spesso una data nei libri di storia, un evento archiviato, lontano quanto basta da sembrare concluso. Eppure è anche da quell’aula bunker, il 10 febbraio di quarant’anni fa, che ha preso forma l’antimafia contemporanea: non solo come risposta giudiziaria a Cosa Nostra, ma come processo culturale e civile che oggi si trova a fare i conti con una nuova sfida, quella del cambio generazionale.
«Il tempo passa e le cose si affievoliscono, non basta più solo rievocare fatti, vicende e persone – spiega Emilio Miceli, presidente del Centro Pio La Torre - credo che bisognerà ripensare il modo in cui si organizzano eventi per i più giovani, una somministrazione frontale rimane tale, c’è da porsi il problema di avere una partecipazione più diretta». Il centro, che organizza ciclicamente conferenze nelle scuole, sottolinea proprio il passaggio dalla memoria alla storia, rimarcando che «ripiegare sempre sulla memoria potrebbe essere un limite del movimento antimafia».
A fare eco sul dualismo tra storia e memoria del passato è Maria Falcone, sorella di Giovanni e presidente della Fondazione Falcone: «Ciò che è davvero cambiato è il livello di attenzione in generale, preferendo purtroppo e spesso una lettura retorica del passato piuttosto che impegnarsi nel presente di una grande eredità culturale». Poi continua: “Tuttavia sono certa che i giovani e il mondo del lavoro, accanto alle istituzioni, sapranno ancora una volta essere all’altezza della sfida e finalmente vincere l’indifferenza”.
Ma il problema è più ampio della questione generazionale e coinvolge anche il panorama socio-politico: «Ci siamo forse illusi – spiega Pico Di Trapani, membro di Addiopizzo - alla luce di grandi stagioni di impegni e risultati, che la mafia, le stragi e le attività illecite appartenessero a una fase superata, vittoriosa e conclusa». L’associazione palermitana lancia l’allarme: «Ultimamente percepiamo un calo dell'attenzione, della sensibilità e dell'impegno. Il tema della necessità dell'antimafia oggi non appare più ai primi posti del dibattito pubblico e dell'agenda politica ad ogni livello».
Per ovvie, e tragiche, ragioni, Palermo è il fiore all’occhiello del movimento antimafia italiano. Con le nuove generazioni però il rischio è quello della mitizzazione del passato, lontanissimo però per i più giovani. Proprio su questo insiste il No Mafia Memorial di Palazzo Guli, promosso nel 2016 dal Centro Impastato: «Il nostro obiettivo – spiega il direttore del memorial, Ario Mendolia - è quello di smontare lo stereotipo di mafia soprattutto per un pubblico convinto di vedere qualcosa di folkloristico. Molti ragazzi hanno una percezione diversa rispetto a una persona dai cinquant’anni in su. Il nostro compito è dimostrare che le vicende mafiose non sono narrazione folkloristica ma realtà pura».