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Vita da Drag Queen a Palermo: storia di un collettivo e di un movimento fatto da donne e uomini performer, tra locali, città e show

«Non mancano le difficoltà, ma anche qui si inizia a parlare il nostro linguaggio»

23 Febbraio 2026, 11:21

Vita da Drag Queen a Palermo: storia di un collettivo e di un movimento fatto da donne e uomini performer, tra locali, città e show

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Dietro maschere e trucchi con labbra sovradimensionate, sopracciglia alte e parrucche colorate, si nasconde una cultura poco conosciuta ai più. Le Drag Queen di Palermo performano, si esprimono e intrattengono, unendo identità attraverso personaggi bizzarri: in città trovano espressione in diversi locali del centro storico e raccontano tanto della cultura queer (persone che mettono in discussione le norme di genere e sessualità) quanto del bisogno collettivo di spazi di libertà. Non si tratta né di un’identità di genere né di un orientamento sessuale, bensì di un’arte performativa che negli ultimi mesi ha visto nascere il collettivo drag Totale.

Fare drag significa giocare con le norme di genere attraverso costumi, trucco, gestualità e musica e no, non sono solo gli uomini a travestirsi. A raccontarlo è Giulia Ada Amico, che di notte diventa Bernard e insieme ad altri performers realizza show per i locali: «L’immaginario mainstream tende ad associare il drag esclusivamente alle drag queen, spesso uomini cis gay che performano una femminilità esagerata e teatrale – spiega – in realtà questa è solo una parte del panorama: la cultura include i drag Kings, drag Monsters, Creatures, Performers che rifiutano etichette precise e persone che la vivono come pura sperimentazione artistica personale».

Elemento tipico, ma non obbligatorio, è il Lip Sync: la synchronizzazione labiale con una canzone. Alcuni spettacoli sono puramente estetici, altri invece veicolano messaggi personali o politici. La scena Drag palermitana si sviluppa in un contesto che molti performer descrivono come accogliente, soprattutto all’interno della comunità queer locale: «Più che un problema di accettazione sociale, emerge una carenza di spazi strutturati – dichiara Amico – mancano locali esplicitamente queer dedicati in modo continuativo a spettacoli e sperimentazioni Drag».

Questo non vuol dire che la cultura non abbia casa in città. Si muove attraverso collaborazioni con locali, collettivi politici e realtà culturali che aprono le proprie porte ad eventi performativi. In questo ecosistema ibrido, fare drag diventa non solo spettacolo ma momento di socializzazione, confronto e attivismo.

«Palermo non è ancora capitale italiana del drag per infrastrutture o quantità di eventi – sottolineano dal collettivo – ma mostra segnali di crescita e una forte domanda culturale. Questa cultura è performance ma anche comunità, dialogo e sperimentazione. È un linguaggio che continua a reinventarsi e Palermo sta trovando il proprio modo di parlarlo».

In città quindi la scena drag esiste, resiste e si trasforma, ma non senza difficoltà: «Ci sono artiste e artisti che hanno iniziato 30 o 40 anni fa», racconta Amico. Oggi però, per molte persone che desiderano trasformare l’arte drag in una professione, la strada passa quasi inevitabilmente altrove: Roma, Milano, l’estero. Non per mancanza di talento, ma di opportunità».

Per Giulia, però, la questione si pone in termini diversi. Fare drag non è un traguardo lavorativo da inseguire: è divertimento, ma soprattutto attivismo. Ed è qui che emerge un punto centrale: non tutte o tutti vivono la cultura allo stesso modo. C’è chi la sceglie come lavoro, chi la attraversa come espressione identitaria, chi la utilizza come terreno di sperimentazione artistica. Eppure, attorno alla cultura drag continua a circolare una diceria persistente: sarebbe «solo una provocazione». Una lettura riduttiva, che tende a sminuire la complessità di un linguaggio artistico stratificato. «L’arte è sempre provocazione», risponde l’artista drag. «Quindi sì, possiamo metterla anche così. Ma se è utilizzata per questo, è una provocazione che chiede dialogo, non silenzio».