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Procura Europea

«Progetti come merce di scambio» fra i baroni accademici, il prof: «Noi dobbiamo prenderci soltanto i soldi e basta»

Le denunce di due coraggiosi ricercatori. E poi le intercettazioni che cristallizzano il teatro della truffa (milionaria) all'Ue

01 Aprile 2026, 16:32

20:43

«Progetti come merce di scambio» fra i baroni accademici, il prof: «Noi dobbiamo prenderci soltanto i soldi e basta»

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Un sistema illecito “sartoriale” per agganciare i fondi UE. Milioni di euro sarebbero finiti nelle tasche di accademici e imprenditori che hanno ideato progetti di innovazione tecnologica e sviluppo territoriale con rendicontazioni classificate dai pm europei come “fantasma”. Il “teatro della truffa” sarebbe stato il dipartimento Stebicef (Scienze e Tecnologie Biologiche, Chimiche e Farmaceutiche) dell'Università di Palermo. Il quadro accusatorio, però, è lontano nel tempo: per questo motivo il gip di Palermo, pur ritenendo che sussistano i gravi indizi, lo scorso febbraio ha rigettato la richiesta di misura formulata dalla Eppo nei confronti di 17 indagati, poiché mancherebbe l'attualità delle esigenze cautelari. In verità, la Procura europea aveva depositato l'istanza già a dicembre 2024, ma il giudice — ammettendo il ritardo causato dal grosso carico di lavoro — ha potuto esitare solo quest'anno. La Procura europea non ha condiviso le valutazioni del gip e ha impugnato l'ordinanza davanti al Tribunale del Riesame. L'udienza si è già svolta e ora si attende la decisione sull'appello dei pm europei Gery Ferrara e Amelia Luise.

Le denunce dei ricercatori

Le indagini partono da due “coraggiosi” ricercatori che, consapevoli di alcune anomalie nello svolgimento dei progetti finanziati con i fondi UE, hanno deciso di andare dalla guardia di finanza a "vuotare il sacco". I due hanno raccontato ai magistrati che «i progetti di ricerca dell’Università degli Studi di Palermo (quantomeno quelli del comparto scientifico) sarebbero stati utilizzati come “merce di scambio” dai vari professori, i quali si nominano a vicenda nei vari progetti, scambiandosi favori e utilità varie». Inoltre, hanno denunciato la rendicontazione di ore lavorative per persone che non hanno mai messo piede in laboratorio.

E se le testimonianze hanno fornito l'input, le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno cristallizzato il presunto meccanismo fraudolento. A tirare le fila del sistema illecito sarebbe stato il duo composto da Vincenzo Arizza, direttore dello Stebicef, e Antonio Fabbrizio, definito dagli inquirenti il vero dominus occulto di diverse associazioni beneficiarie di consulenze.

I progetti nel mirino

L'indagine ha mappato un danno erariale milionario suddiviso in tre filoni principali. Il Progetto Bythos (biotecnologie marine) ha permesso di ricevere dall'UE fondi per 1,77 milioni di euro. Soldi che per la Eppo sarebbero stati «percepiti indebitamente». Sulle fonti aperte del web si trovano molti scatti del professore Arizza, anche con ex eurodeputati, mentre annuncia i grandi risultati del progetto che prevedeva la trasformazione degli scarti di pesce in nuovi prodotti. La truffa sarebbe avvenuta con la creazione di costi fittizi e la manipolazione dei bandi di concorso per consulenze, “ritagliati” sui curriculum dei segnalati.

«Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80 mila euro per dei materiali che non ho mai visto presso l’Università — ha dichiarato ai magistrati uno dei ricercatori — Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi di tale progetto da apporre sul materiale acquistato. Una volta realizzate, ci disse di rimuovere da alcune scatole le etichette di un altro progetto (Deliver) e di apporre quelle del progetto Bythos. In pratica, il materiale acquistato nell’ambito del progetto Deliver è stato fatto figurare come se fosse stato acquistato nell’ambito del progetto Bythos».

Poi c'è il Progetto Smiling (cosmetici da scarti vitivinicoli) che avrebbe creato un altro buco da 1,71 milioni di euro. Gli indagati sono accusati di aver gonfiato i timesheet del personale per saturare i budget e di aver falsificato documenti sul lo smaltimento di migliaia di litri di mosto e olio, acquistati solo per giustificare l'uscita di fondi. Infine compare il Progetto Progema. Nelle oltre 500 pagine di atti giudiziari si fa chiaro riferimento ad altri progetti su cui si sta indagando: l'inchiesta, dunque, potrebbe essere ancora più ampia di quanto emerso finora.

Le intercettazioni

Per i pm tra Arizza e Fabbrizio sarebbe esistito un patto corruttivo per cui il prof, in cambio di stipendi erogati al figlio per lavori mai svolti, avrebbe fatto aggiudicare alla società di Fabbrizio i servizi previsti nel progetto Smiling. Le conversazioni hanno rivelato una certa “spregiudicatezza” degli indagati, nonostante Arizza abbia affermato davanti al Riesame la totale correttezza delle attività. In un’occasione, parlando di un nuovo bando, Arizza commentava entusiasta: «Buttiamoci a pesce». Un entusiasmo non legato alla scienza, ma al profitto. Parlando di un progetto sull'estrazione dai fichi d'india, il professore diceva: «Ti dico già in partenza, è un fallimento, ma dato che noi dobbiamo prenderci soltanto i soldi e basta... per me va bene».

Arizza, inoltre, organizzava delle “sceneggiate” per ingannare gli ispettori regionali. In vista di un controllo, il professore chiedeva al fornitore Alberto Di Maio di portargli delle scatole di reagenti «vuote chiaramente», solo per riempire gli scaffali del laboratorio. Anche il laboratorio di Lipari, che sulla carta doveva essere il fiore all'occhiello di Bythos, è risultato essere una struttura fittizia. Durante i sopralluoghi, la guardia di ginanza ha trovato locali impregnati di umidità con macchinari ancora imballati e coperti di polvere, mai utilizzati dal giorno dell'inaugurazione.

La consapevolezza del sistema illecito emerge chiaramente il 10 febbraio 2023, quando Arizza spiegava a Di Maio la necessità di una procedura di facciata per una consulenza da 70.000 euro: «Ci dobbiamo sedere con Antonio (Fabbrizio, ndr) e dobbiamo congegnare questa richiesta di manifestazione di interesse che ti permetta di partecipare... non è che possiamo fare affidamento diretto perché altrimenti m'arrestano». Non c'è solo Arizza: un'altra indagata, Sonia Cudia, ammetteva candidamente di aver dovuto «fare un po' di brodo» allestendo una produzione cosmetica posticcia con un frullatore manuale comprato all'ultimo momento, solo per dimostrare ai valutatori risultati tangibili che, per gli investigatori, erano del tutto inesistenti.