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l'intervista

Disagio sociale, salari e futuro: «Al sindacato le idee non mancano ma continuiamo a remare da soli»

La segretaria di Uil Enza Meli fa il punto alla vigilia del congresso in programma in un luogo simbolo di resilienza e libertà

10 Aprile 2026, 06:39

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Disagio sociale, salari e futuro: «Al sindacato le idee non mancano ma continuiamo a remare da soli»

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La miseria contadina e la lotta contro l’ingiustizia e la mafia raccontate nel 1955 da Carlo Levi nel libro-reportage “Le parole sono pietre” sono quantomai attuali alla vigilia del 29esimo congresso Uil che prende il via domani, a Bronte, in un luogo simbolo di resilienza e libertà: quel Castello di Nelson tanto caro a una nostalgica, ma agguerrita segretaria generale Enza Meli

Speranza, ottimismo e sindacato delle persone sono i punti cardine della sua relazione.
«La speranza è perché stiamo vivendo dei momenti storici molto bui e quindi abbiamo bisogno di sperare in qualcosa di bello perché senza speranza non c’è futuro. E l’ottimismo perché va a coppia con la speranza, camminano insieme».

Alla luce della vostra attività di ascolto sul territorio, come spiegate l’aumento del disagio sociale anche tra chi percepisce un reddito?
«La povertà dilaga perché i salari con l’inflazione non aumentano. Quello che prima bastava con mille euro adesso non basta più. C’è poi la sanità che non funziona, soprattutto al Sud dove per un’ecografia bisogna aspettare un anno, un anno e mezzo per una Tac. Il caro vita della benzina, la fame di lavoro che c’è».

Difficoltà causate anche dalla mancanza del rapporto cittadino-istituzioni.

«Chi ha un bisogno oggi, dove deve andare a reclamare? Trova solo il Caf dove viene messo a conoscenza di quello che accade, di come comportarsi con le regole, con le leggi nuove. Ecco il “sindacato delle persone”, con i patronati e gli sportelli, sopperisce a quel rapporto tra il cittadino e lo Stato che non c’è più. A volte vengono da noi anche per un sorriso. Sbaglia chi pensa che i pensionati con il Pin entrano nel sistema e hanno accesso alle informazioni. Siamo noi che entriamo con il nome utente nel cassetto fiscale, a fare il lavoro sporco per tutti. Bisogna aumentare le pensioni, in un Sud che vive con 640 euro al mese che non bastano per l’affitto, per pagare le medicine, per mangiare. Mentre i pensionati fino a poco tempo fa facevano anche da ammortizzatori sociali per i familiari, oggi questa capacità sta venendo meno. Siamo veramente su una polveriera sociale».

Catania è ai primi posti in Sicilia per incidenti e morti sul lavoro.

«Chiediamo da tempo più ispettori. Ne avevamo tre, ne sono rimasti due perché uno è andato in pensione. Due ispettori, tre ispettori possono mai controllare tutti i datori di lavoro, tutte le imprese che ci sono sul territorio? Dove muoiono di più i lavoratori? In edilizia, perché costretti a lavorare fino a 67 anni. Sui campi di lavoro perché il caldo li uccide o per i trattori. Chiediamo quindi più formazione che non viene fatta perché è una perdita di tempo, se la comprano. Ma la cosa che maggiormente irrita sono le lacrime del coccodrillo del governo per le morti bianche. E intanto il governo non fa le leggi sul reato di omicidio sul lavoro. Quando muore un lavoratore, se ne va un’intera famiglia. E poi non si può pretendere la sicurezza con gli appalti che sono stati votati da questo governo a cascata. Io azienda prendo un appalto perché sono in regola col Durc, dopodiché lo sub-appalto e quindi ho il mio margine di guadagno senza aver mosso nulla. Gli altri lo subappaltano a loro volta perché non ci sono limiti, fin quando arriva all’osso e l’ultima che si prende l’appalto, quindi ha un margine di guadagno piccolissimo, su cosa risparmia secondo lei? Sulla manodopera, sulla sicurezza e sui lavoratori in meno che assume».

Tra desertificazione economica e spopolamento, il territorio catanese sembra affrontare una crisi strutturale.

La prima desertificazione è stata denunciata dal settore dei bancari, perché pur producendo molti utili, in molti comuni le banche sono assenti, restando presenti dove c’è un circolo di denaro molto evoluto. Purtroppo la Banca d’Italia ha fatto scomparire tutte le piccole realtà, quelle popolari che servivano ai piccoli artigiani, ai commercianti, anche per avere prestiti, opportunità di lavorare. In tanti comuni non è presente, quindi se io vivo in un comune e non ho neanche uno sportello di banca dove andare come punto di riferimento, cioè piccolo artigiano, commerciante, cosa devo fare? O mi rivolgo agli strozzini e quindi la mia vita è finita, oppure popolo altri posti. Ora il problema è che vanno via anche gli anziani. Nel 2025, quasi in 300 sono andati via per seguire i loro figli e non sono andati al Nord Italia, sono andati all’estero. A Catania, viviamo in una terra desolata, usata, abusata. Ci fanno odorare gli investimenti e poi o perché la burocrazia è lenta o perché non trovano i servizi che ci sono al Nord, se ne vanno. St voleva investire a Catania, con 3.000 assunzioni. Siamo arrivati a metà aprile e ancora siamo fermi.

Di chi sono le responsabilità?

«Trovo assurdo che questa classe politica continui a sentirsi tale. È lei che dovrebbe dare le risposte, legiferare, apportare il benessere. Ma che benessere ha portato la politica? Questa è la domanda che farei a tutti i politici che resuscitano in campagna elettorale per poi addormentarsi di nuovo. Meno male che c’è il sindacato nonostante gli errori che possa commettere. Se lei rema per andare a largo e qualcun altro rema per restare a riva, la barca resta ferma. Ecco noi come sindacato siamo quei rematori che vogliono andare a largo, mentre dall’altra parte ci sono i politici che restano ancorati al porto perché è più sicuro. Non ci sono venti, non c’è tempesta, non c’è pericolo. Noi, invece, come sindacato continuiamo a navigare, a scoprirci e a fare nuove esperienze perché se andiamo al largo troviamo più pesci, abbiamo più possibilità di fare cose. Restando al porto possiamo solo godere il panorama, ma sempre quello solito che non cambia».

Dalla vertenza della zona industriale, definita “la nonna di tutte le vertenze”, fino alle criticità del rischio sismico quale visione complessiva di sviluppo e riscatto propone la Uil per il territorio etneo?

«Sentivo che dovrebbero partire i lavori per la zona industriale. Questi 50 milioni di euro che annusiamo da tre-quattro anni. Ogni volta una leccatina di asfalto che la prima pioggia si porta via. La zona industriale che dovrebbe attirare investitori, purtroppo lo fa con una corrente ballerina, segnaletica che non esiste, alberi in mezzo alla strada, buche, voragini, dove gli incidenti si susseguono. Dovrebbe essere più attrattiva perché abbiamo il porto vicino, perché abbiamo visto il piano portuale, perché abbiamo l'aeroporto che funziona, perché siamo nel cuore del Mediterraneo. Praticamente non ci manca niente. Ci manca solo la voglia di investire al Sud. E infine, sul territorio etneo abbiamo tutte le caratteristiche per entrare in zona rischio sismico, ma su 58 comuni solo in quattro l'hanno ottenuto. Sono segretaria dal 2017 e mi batto per una cosa per cui nessuno si è mosso. Le idee non mancano come vede, ma continuiamo a remare da soli».

Il congresso è in programma domani (sabato 11 aprile alle 9) al Castello di Nelson di Bronte con la partecipazione di Luisella Lionti segretaria generale Uil Sicilia (che presiede il congresso) e Emanuele Ronzoni segretario organizzativo Uil nazionale (che conclude i lavori).