×

l'attesa

I caso Cavallotti a Palermo: assolti e beni confiscati, la vicenda pilota arriva alla Corte europea dei diritti dell'uomo

Da Belmonte Mezzagno al "regno del metano": la sfida giudiziaria che potrebbe riformare il codice antimafia

11 Maggio 2026, 11:30

11:31

062322779-b2067e88-27a8-4e8d-b17c-d5ba47be8892

I fratelli Cavallotti di Belmonte Mezzagno rappresentano un caso emblematico di imprenditori siciliani travolti da accuse mafiose, assolti penalmente ma colpiti da confische patrimoniali, con una battaglia che continua oggi davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani. Originari di un piccolo centro palermitano, costruirono un impero nel settore del metano negli anni '80 e '90, vincendo appalti pubblici per la metanizzazione di comuni siciliani, per poi subire arresti, processi e confische che ne hanno decimato le fortune.

Le origini e l'ascesa imprenditoriale

I fratelli Cavallotti – principalmente Vincenzo, Salvatore Vito e Gaetano, noti come "i re del metano" – partirono da Belmonte Mezzagno, un paese tra Palermo e Corleone, per creare un gruppo familiare attivo in edilizia, acquedotti e infrastrutture. Attraverso società come Euro Impianti Plus, ottenevano prestiti bancari per realizzare reti gas, gestendone poi distribuzione e manutenzione per 30 anni su concessione pubblica. Negli anni '90, il loro impero generava milioni, con appalti in vari comuni siciliani, in un contesto di forte presenza mafiosa.

Belmonte Mezzagno, con la sua vicinanza a mandamenti storici di Cosa Nostra come Corleone, rese sospetti i loro successi: voci di favoritismi legati a boss come Bernardo Provenzano circolarono presto.

L'arresto e il lungo calvario giudiziario

Nel 1998, un blitz antimafia portò all'arresto di tre fratelli, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa per presunti legami con i clan di Francesco "Ciccio" Pastoia e Benedetto Spera, fedelissimi di Provenzano. Passarono anni in carcere e ai domiciliari, con processi che si protrassero fino al 2010: assolti in primo grado nel 2001, condannati in appello nel 2002 (turbativa d'asta prescritta), rinvio Cassazione nel 2004 e assoluzione definitiva "perché il fatto non sussiste".

Nonostante l'innocenza accertata penalmente, parallelamente partirono le misure di prevenzione: i sequestri portano la data del 1999, le aziende iniziarono ad essere gestite dagli amministratori giudiziari che in otto anni fecero registrare un debito di 11 milioni di euro.

Le confische: assolti ma rovinati

Nel 2011, il Tribunale Misure di Prevenzione di Palermo – presieduto da Silvana Saguto, poi condannata per corruzione in un mega-scandalo – confiscò l'intero patrimonio: imprese, case, conti, auto. La Cassazione confermò il provvedimento basandosi su "contiguità mafiosa" nonostante l'assoluzione penale, applicando la legge Rognoni-La Torre. Anni dopo alcune restituzioni, ma delle imprese rimangono solo le macerie e i debiti accumulati di chi avrebbe dovuto gestire con parsimonia e non lo ha fatto.

Il caso pilota alla Cedu: una svolta nel 2026

La Corte europea per il diritto dell'uomo rimette il caso alla Grande Camera (17 giudici), come "caso pilota" sulla confisca preventiva senza condanna penale. I Cavallotti - attraverso gli avvocati Baldassarre Lauria e Alberto Stagno d'Alcontres - lamentano violazione dell'articolo 1 del Protocollo 1 relativo alla protezione della proprietà ed evocano il principio di presunzione d'innocenza. Pietro Cavallotti parla di uno "squarcio di luce" dopo anni di ingiustizie mentre la decisione della Grande Camera potrebbe stravolgere il Codice Antimafia italiano.

Gli impatti

La storia dei Cavallotti solleva dubbi su "mafia dell'antimafia": processi eterni, confische opache e lo scandalo del presidente della sezione di misure di prevenzione di Palermo, Silvana Saguto, che aveva realizzato un ampio cerchio magico stabilendo sequestri e nello stesso tempo dando incarichi agli amici, come l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara (anche lui condannato in via definitiva) che era diventato il "re dei beni sequestrati". Una sentenza Cedu favorevole potrebbe riformare norme, tutelando innocenti senza indebolire anche la lotta a Cosa Nostra. E ci sono tanti imprenditori siciliani, a cui nel tempo i beni sono stati confiscati, che attendono la sentenza pilota per iniziare anche loro la loro battaglia per la restituzione di quello che è stato loro tolto.