La sentenza
Errore medico ma paga la famiglia del morto
I parenti rimborseranno oltre 5mila euro all’Asp, circa 20mila di spese processuali e 2mila allo Stato. Il verdetto definitivo arriva dopo 17 anni. Per la Cassazione l’uomo sarebbe deceduto comunque
I medici sbagliarono con certezza, soprattutto perché non lo operarono subito, ma il paziente sarebbe comunque morto e, dunque, come è stato sancito in via definitiva dalla Cassazione a ben 17 anni dal decesso, i suoi parenti non hanno diritto ad alcun indennizzo per i danni subiti. Peggio: saranno loro a dover risarcire con oltre 5mila euro l'Asp di Palermo (da cui dipendevano i sanitari e che è stata rappresentata dall'avvocato Diego Ferraro), ma anche a dover pagare tutte le spese processuali (circa 20mila euro) e a versare un'ammenda di 2mila euro allo Stato.
E' una storia che lascia l'amaro in bocca, ma che poggia su un principio giuridico granitico: "Nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica è onere del paziente dimostrare l'esistenza del nesso causale, provando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del 'più probabile che non', causa del danno, sicché, ove la stessa sia rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata", come ricorda la terza sezione civile della Cassazione, presieduta da Antonietta Scrima, nella sua ordinanza. E visto che, sulla base delle consulenze tecniche, "non viene in alcun modo prospettata alcuna prossibilità, neppure in termini statistici e scientifici probabilistici, di una sopravvivenza del paziente, il quale sarebbe morto con elevata probabilità anche nel caso di intervento neurochirurgico precoce", il nesso causale viene meno.
Tutto inizia nel lontano pomeriggio del 10 marzo 2009, quando G. S., che aveva 75 anni, era caduto mentre di trovava in una suo terreno in provincia di Palermo ed aveva battuto violentemente la testa. I suoi parenti lo avevano prima portato a casa, dov'era stato visitato dal medico di famiglia, che aveva consigliato di accompagnarlo al pronto soccorso dell'ospedale Cimino di Termini Imerese (che dipende dall'Asp di Palermo). Qui, come accertato con diverse consulenze e ormai in tutti i gradi di giudizio, i medici sbagliarono: "E' certamente emerso che i sanitari incorsero in due importanti imperizie - si leggeva infatti nella sentenza d'appello - riconosciute da tutti i consulenti: una prima errata refertazione degli esiti della Tac eseguita nell'immediatezza dell'arrivo al pronto soccorso" di G. S. e "una condotta colposa in capo al medico del pronto soccorso, anche indotto in errore dagli errati esiti della prima Tac, il quale, considerato tutti i fattori di rischio, avrebbe dovuto sottoporre subito il paziente ad una consulenza specialistica neurochirurgica".
L'uomo, dopo il passaggio al Cimino, era stato trasferito al Civico, dov'era stato sottoposto ad un delicato intervento che risultò "all'esito tecnicamente riuscito", come stabilì il giudice di primo grado. G. S. era stato poi ricoverato in Rianimazione e aveva pure mostrato segni di migliormento, visto che respirava da solo. Il 22 marzo, però, la situazione si era improvvisamente complicata e il giorno successivo il paziente era morto.
La sua famiglia, convinta (e a ragione) che il decesso fosse stato determinato da un errore dei medici avviò una causa civile contro l'Asp. Che tuttavia ha perso in tutti i gradi di giudizio perché dalle consulenze è emerso che "anche un comportamento alternativo corretto dei medici - come si leggeva nella sentenza d'appello - non avrebbe scongiurato l'evento morte, che si sarebbe comunque verificato con elevatissima probabilità in presenza del quadro clinico così grave in cui versava il paziente e dei plurimi fattori di rischio e ciò recide il nesso eziologico tra la condotta imperita e l'evento dannoso cosituito dall'avvenuto decesso". Una decisione integralmente confermata in Cassazione.