l'intervista
Di Martino torna solista, ecco “L’improbabile piena dell’Oreto”: «Il fiume di Palermo nasce pulito e poi si sporca, come la vita»
Esce oggi il disco del cantante palermitano dopo sette anni condivisi con Colapesce. Dieci tracce che vivranno in un tour unplugged
Esce oggi “L'improbabile piena dell'Oreto”, il nuovo disco di Antonio Dimartino, il primo da solista dopo il sodalizio con Colapesce. Per il nuovo album ha scelto un titolo che cita il fiume che attraversa Palermo, associandolo a un evento difficilmente verificabile: una sua piena. Dieci tracce in cui lo scorrere dell'acqua è il tema portante, registrate insieme a Roberto Cammarata. Abbiamo incontrato Dimartino per farci raccontare la genesi di questo nuovo lavoro.
L'Oreto è un fiume che a Palermo quasi non esiste. Perché lo hai scelto?
«Mi piaceva il parallelismo tra il fiume e l'essere umano. L'Oreto nasce pulito e si va sporcando man a mano che attraversa la città: è la metafora della vita. E la piena era un'idea simbolica per la piena emotiva: è ancora probabile provare emozioni dopo aver vissuto un po' su questa terra?».
Sette anni dall’ultimo disco solista, nel mezzo l'esperienza con Colapesce...
«Sono stati anni di arricchimento. Ho esplorato mondi musicali e ambienti molto diversi e questo mi ha portato a questo disco in maniera naturale. Si attraversa un percorso e si approda a una nuova circostanza».
“L’oro del fiume” e “Meravigliosa incoscienza” sono due delle tracce che hanno anticipato la pubblicazione del disco.
«”Meravigliosa incoscienza” è la storia di due adolescenti che vanno a cercare un mostro; non per sconfiggerlo, ma per conoscerlo. Il cercatore d'oro de “L’oro del fiume”, invece, si ferma e si accorge che nel percorso per raggiungere l'obiettivo sta perdendo tutto il resto. È una domanda che si fa l'uomo contemporaneo: nel percorso della vita cosa sto perdendo?».
Nel disco convivono due riferimenti letterari: García Lorca e Conrad.
«In Conrad c'è un verso che mi ha colpito: “Risalire quel fiume era come compiere un viaggio ai primordi del mondo”. È l'idea che ritornare al passato ci fa capire il presente. In Lorca il poeta interroga il fiume: sta andando verso la foce o verso la fonte? Era quello che volevo raccontare».
“Petricore”, altro titolo, è il termine per l'odore della pioggia sulla terra. Una sensazione che nessuno sa nominare. È un disco di sinestesie?
«Sì, assolutamente. Mi piaceva l'idea di associare i titoli delle canzoni al concetto del disco. Ho voluto che i pezzi si legassero l'uno all'altro, senza pause».
E poi “Storia della mia rabbia”, che chiude il disco.
«È una piena, anche quella. L'ho immaginata come un cane che ognuno porta dentro di sé, che cerca di addomesticare e che qualche volta gli sfugge. Risalire alla storia della propria rabbia potrebbe aiutare a capirla. Ho scritto la storia della mia».
Hai lavorato al disco con Roberto Cammarata: come è nata questa collaborazione?
«Roberto è uno dei miei più cari amici ed è un bravissimo produttore. Il disco lo abbiamo registrato quasi solo noi due. Le ispirazioni sono quelle di sempre: dai Flaming Lips a De André. La Buona Novella, soprattutto».
Possiamo leggerlo come un disco che parla di un ritorno alle tue origini?
«In realtà non me ne sono mai andato davvero. Sono tornato a vivere qui stabilmente un anno fa, ma Palermo e soprattutto Misilmeri non li ho mai lasciati. Sono luoghi a cui sono legato».
L’avvio del tour sarà unplugged, in luoghi sacri o piccole location.
«Ho scelto questi posti perché hanno quella magia che consente allo spettatore di entrare subito in un'atmosfera di ascolto silenzioso. Sarò solo con una chitarra, senza mediazioni. Poi il 19 dicembre, al Teatro Golden di Palermo, coinvolgerò una band: festeggerò con tanti ospiti sul palco».
E dopo questo disco?
«Al momento sono concentrato solo su questo. Poter fare un disco così e portarlo in tour è già un grandissimo privilegio».