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Alosi tra il folk punk e le nuove influenze blues: «C'è bisogno di una musica sincera che unisca le persone»

Il nuovo disco "Cose molto cattive" del cantante palermitano, già membro dei Pan del Diavolo

18 Agosto 2026, 19:30

Alosi tra il folk punk e le nuove influenze blues: «C'è bisogno di una musica sincera che unisca le persone»

Una generazione cresciuta a pane e diavolo. Ma niente di satanico: ci riferiamo ai Pan del Diavolo, il duo palermitano che dal 2007 al 2017 ha fatto appassionare tanti giovani. Pietro Alessandro Alosi, in arte solo Alosi, ha poi intrapreso una carriera solista, e adesso ha dato alle stampe il suo terzo album, “Cose molto cattive”, uscito sotto “Tempesta Dischi” dopo il successo di “Cult” del 2023. Alosi prosegue nella sua ricerca, personale e musicale, unendo il folk-punk degli esordi a influenze blues e latine.

“Cose molto cattive”: a quali ti riferisci?

«Tutti abbiamo una zona d'ombra, un lato da trascurare o da tenere nascosto, ma che in realtà fa parte del nostro essere: è inevitabile ed è difficile conviverci. Non c'è una cosa specifica e definita, è un mondo intero che ci appartiene e che, volenti o nolenti, convive con noi».

Questo percorso sembra il leitmotiv tuo disco, che si apre con il brano “Chi sei”. Alla fine dell'album trovi una risposta?

«La ricerca rimane assolutamente aperta. Questo disco mi sembra un buon quadro del viaggio fatto, ma non posso dirti con certezza chi sono di fronte allo specchio: se Alosi il cantautore, il Pan del Diavolo, un papà, un fonico o un produttore. Spero che in qualche modo questo si possa definire, non per un bisogno d'identità, ma magari per far finire una canzone. Spesso un artista si avvicina di più alla propria immagine o alla propria poetica che alla propria identità. Nel punk, però, l’artista e l’uomo tendono a coincidere, perché è una musica molto sincera».

Nel testo di “Le Fate” ti chiedi a cosa serva la musica. Qual è la tua risposta?

«La musica può avere un ruolo personale — aiutare te stesso — oppure un ruolo sociale rivolto a una moltitudine. Oggi avremmo molto più bisogno di una musica sincera che unisca le persone, non solo attraverso i biglietti da 100 euro per i grandi eventi, ma come occasione per guardarsi in faccia: un ballo, un canto. Una funzione più dionisiaca. Invece finisce il concerto, si torna a casa e non succede più nulla. La mia non è musica strettamente politica, ma ha bisogno di fisicità, di azione, di suonare davanti alle persone».

In questo disco ci sono molti riferimenti visivi, come nel caso del primo singolo, “Dal tramonto all'alba”, che richiama l’omonimo film horror di Robert Rodriguez.

«Il cinema influenza moltissimo la mia scrittura. A livello di citazioni ci sono trasposizioni dirette e contaminazioni. Cito anche “Arsenico e vecchi merletti” cambiandolo in “Arsenico e vecchi serpenti”. Ora sono in una fase in cui preferisco rivedere i classici piuttosto che scoprire cose nuove, anche perché non mi sembra un'epoca cinematografica floridissima».

Dal punto di vista sonoro il brano “Vagabundo” ha un'atmosfera da bolero elettrico, con sfumature latine.

«Queste contaminazioni nascono già nel lavoro precedente grazie all'incontro con vari musicisti. Ho conosciuto artisti reggae, poi suonatori di musica etnica, fino ad arrivare ai ritmi latini lavorando in studio con un percussionista colombiano e un cantante di El Salvador. È stata una contaminazione per osmosi: per me è fondamentale esplorare nuovi orizzonti attraverso il contatto umano piuttosto che per il semplice desiderio di una jam session».