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L'intervista

Analfino, un marranzano per Jova: «Dal pubblico un’ondata d’amore»

Il frontman dei Tinturia dopo la partecipazione al Summer Party di Lorenzo Cherubini

07 Settembre 2026, 12:33

Analfino, un marranzano per Jova: «Dal pubblico un’ondata d’amore»

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ovanotti non sapeva quanto Lello Analfino fosse conosciuto in Sicilia. A rivelarglielo è stata l’esplosione d’affetto da parte del pubblico quando il leader dei Tinturia, arrivato al Jova Summer Party con i Tarantolati di Tricarico, è comparso a sorpresa sul palco dell’Ippodromo La Favorita. Il suono del suo marranzano ha trasformato «Penso positivo», brano storico di Lorenzo Cherubini, confermando la sintonia di Jovanotti con la sicilianità e la vitalità contemporanea dei suoi linguaggi musicali.

Come è nato l’incontro con Jovanotti?

«Dietro le quinte osservavo estasiato quella macchina: era una festa continua, Lorenzo usciva, rientrava, intratteneva il pubblico. Durante le prove disse che nel pezzo ci sarebbe stato bene un marranzano. Io lo porto sempre con me, così ho cominciato a suonarlo e mi ha invitato sul palco. Non ero stato annunciato e la gente è impazzita. Lui, sorpreso, mi ha chiesto chi fossi e io gli ho risposto scherzando: “Sono un minchiataro”. Ricevere l’affetto di cinquantamila persone, e di altre trentamila la sera seguente, è stata un’ondata d’amore che mi ha commosso».

La tradizione nello spettacolo di Jovanotti non sembra un elemento decorativo.

«È un tratto distintivo di Lorenzo. Attinge alle tradizioni dei diversi Sud del mondo: ai Balcani, al Sudamerica, al Brasile. Non ha un solo stile, ne attraversa molti. È qualcosa che sento vicino al percorso dei Tinturia e al lavoro con la T Orkestar. La contaminazione è autentica quando crea un linguaggio nuovo».

Che cosa pensa del successo del brano “Al mio paese”?

«Non conosco fino in fondo il testo, ma è un tormentone estivo ed è normale che abbia successo come tale. Può essere amato o criticato; il suo merito è avere acceso un dibattito. Racconta però un Sud che non sempre coincide con quello reale. Chi vive al Sud spesso è costretto ad andarsene e sa quanto sia difficile tornare, anche quando è ciò che desidera. La nostra vita non è il Sud da cartolina».

La musica può correggere questa rappresentazione?

«Nel bene o nel male, deve fare riflettere e sottrarci all’appiattimento. L’artista deve essere rivoluzionario, mettere in moto il pensiero. Se non lo fa l’arte, visto che spesso non lo fa neppure la politica, chi dovrebbe farlo?».

Questa attenzione per il dialetto durerà?

«Le radio cercano questi linguaggi quando sentono il bisogno di qualcosa di diverso dalla trap o dai soliti nomi. Ma le tendenze passano. Il dialetto, la tradizione e la contaminazione continueranno a esserci. Pino Daniele ha scritto capolavori jazz e blues in napoletano. In Sicilia ci siamo spesso vergognati del dialetto, nonostante Rosa Balistreri. Non abbiamo conosciuto una proliferazione neomelodica come altrove: gli interpreti del genere sono stati Gian Campione e Brigantony. Per il resto abbiamo avuto reggae, pop e rock in siciliano. Il dialetto può attraversare qualsiasi linguaggio».

Che cosa le consente di esprimere più dell’italiano?

«È come chiedere a una sirena se preferisca vivere sulla terra o nell’acqua. Io penso in siciliano, sono cresciuto in una famiglia in cui si parlava siciliano: è la mia forma naturale di espressione. Canto un Sud vero, quello di chi parte ma rimane legato alle origini. Noi siciliani siamo un po’ i brasiliani d’Italia: abbiamo la saudade, una nostalgia che ci incatena».

Porterebbe a Sanremo una canzone in siciliano?

«Assolutamente sì. Rosa Balistreri ha cantato in siciliano, ma non è mai arrivata in gara a Sanremo. Mi auguro che Delia possa cambiare questa storia. Se toccasse a me, porterei un mio brano in siciliano».

Che cosa viene adesso?

«È uscito Cuntami, il terzo singolo con la T Orkestar, e il tour continua. Abbiamo bisogno di fiducia, di speranza e di musica»

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