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PREVIDENZA SOCIALE

Pensioni 2026: perché gli assegni cresceranno (ma non per tutti allo stesso modo)

Un mix di meccanismi poco visibili — rivalutazione del montante, coefficienti di trasformazione e perequazione — ridisegnerà gli importi dal 1° gennaio 2026. Ecco come funziona davvero l’aumento e chi ci guadagna di più.

Alfredo Zermo

06 Gennaio 2026, 18:21

Pensioni 2026: perché gli assegni cresceranno (ma non per tutti allo stesso modo)

Immaginate un contachilometri che, a vettura ferma, continua comunque a scorrere. È quello che accade al “gruzzolo previdenziale” di milioni di lavoratori: anche senza versare un euro in più oggi, il loro “montante contributivo” viene rivalutato ogni anno con un tasso deciso per legge. Nel 2026, questo congegno tecnico produrrà un effetto molto concreto: assegni iniziali più alti per chi uscirà dal lavoro, e piccole ma misurabili maggiorazioni per chi è già in pensione grazie alla nuova perequazione. Ma il quadro è più articolato: i nuovi coefficienti di trasformazione in vigore nel biennio 2025-2026 sono meno generosi, e la forbice tra chi lascia prima e chi lascia dopo si allarga. Capire come interagiscono questi tre ingranaggi è la chiave per leggere i propri conti.

Che cosa s’intende per “montante contributivo” e perché conta nel 2026

Nel sistema contributivo introdotto dalla legge n. 335/1995, la pensione si calcola partendo da un capitale virtuale, il “montante”: la somma dei contributi versati dal lavoratore (e dal datore) nel corso della carriera, rivalutata ogni anno con un tasso che replica l’andamento del PIL nominale su base quinquennale. Questo tasso, detto di “capitalizzazione”, non è un dettaglio: aumenta o riduce il valore del montante e, di riflesso, l’importo della rendita.

Per chi andrà in pensione dal 1° gennaio 2026, si applica la rivalutazione comunicata dall’ISTAT per l’“anno montante” 2025, pari a 1,040445 (cioè +4,04%): ogni 100 euro accumulati fino al 31 dicembre 2024 diventano 104,04 al 1° gennaio 2025, costituendo la base su cui calcolare l’assegno all’atto del pensionamento nel 2026. È un tasso più alto rispetto al +3,66% utilizzato per chi è uscito nel 2025, e tenderà a spingere verso l’alto gli importi iniziali.

Attenzione a un dettaglio spesso trascurato: la rivalutazione si applica al montante maturato fino a fine 2024; i contributi versati nel 2025 entreranno nel conto senza ulteriore rivalutazione aggiuntiva ai fini del primo assegno, come da prassi del sistema. La dinamica è automatica: non occorre alcuna domanda all’INPS.

Coefficienti di trasformazione 2025-2026: come cambiano

Il montante, una volta rivalutato, viene convertito in pensione tramite i coefficienti di trasformazione, che variano per età e riflettono la speranza di vita: più tardi si esce, maggiore è il coefficiente. Con il decreto direttoriale 20 novembre 2024 del Ministero del Lavoro di concerto con il MEF, sono stati aggiornati i coefficienti validi dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2026. Rispetto al biennio 2023-2024, i nuovi valori risultano leggermente più bassi (riduzioni nell’ordine di circa -1,5%/-2,2% a seconda dell’età): a 67 anni il coefficiente scende da circa 5,723% a 5,608%; a 65 anni da 5,352% a 5,250%. Questo significa che, a parità di montante, la rendita iniziale cala di poco; ma nel 2026 l’effetto viene in larga parte compensato — e in molti casi superato — dalla più robusta rivalutazione del montante al +4,04%.

In pratica: due persone con lo stesso montante a fine 2024, una uscita nel 2025 e l’altra nel 2026 alla stessa età, potrebbero vedere nel 2026 un importo iniziale più alto nonostante i coefficienti più bassi, proprio grazie alla rivalutazione più generosa applicata nel 2025 al loro montante. Le simulazioni di diversi osservatori mostrano spesso differenze annuali dell’ordine di alcune centinaia di euro a favore dei nuovi usciti, a parità di età e carriera.

Perequazione 2026: quanto aumentano gli assegni già in pagamento

Per chi è già pensionato, entra in gioco un altro meccanismo: la perequazione (indicizzazione all’inflazione). Il decreto interministeriale 19 novembre 2025 ha fissato per il 2026 una rivalutazione provvisoria dell’+1,4%, applicata in misura piena agli assegni fino a quattro volte il trattamento minimo, al 90% tra 4 e 5 volte, e al 75% oltre 5 volte il minimo. L’INPS ha confermato l’adeguamento e la nuova soglia del trattamento minimo a 611,85 euro mensili nel 2026. Gli importi sono provvisori e soggetti a conguaglio l’anno successivo, come di consueto.

Per farsi un’idea: una pensione lorda di 1.000 euro passa a circa 1.014 euro; una di 1.500 euro a circa 1.521 euro; a 2.000 euro si sale a 2.028 euro; a 3.000 euro si arriva a 3.041,18 euro con l’applicazione delle aliquote per fasce. Le stime circolate tra novembre e dicembre 2025 sono in linea con i parametri ufficiali.

Come si combinano i tre ingranaggi nel 2026

1) Rivalutazione del montante: un “booster” per chi esce nel 2026

  1. Il tasso +4,04% applicato all’anno montante 2025 gonfia la base su cui si calcola la pensione contributiva (o la quota contributiva, nei sistemi misti). È la variabile che nel 2026 tende a generare l’effetto più visibile per i nuovi pensionati.

2) Coefficienti 2025-2026: penalità lieve, incentivo implicito a restare un po’ di più

  1. I nuovi coefficienti sono lievemente più bassi rispetto al biennio precedente. L’impatto può essere di qualche decimale percentuale sull’importo della rendita a parità di montante, ma l’effetto è progressivo e “premia” chi rinvia l’uscita: tra 57 e 71 anni il salto è notevole (da 4,204% a 6,510%).

3) Perequazione 2026: un “tagliando” per tutti gli assegni già in pagamento

  1. L’+1,4% si applica alle pensioni correnti dal 1° gennaio 2026 con il consueto meccanismo per scaglioni e con limiti più generosi per gli assegni più bassi. Per i trattamenti minimi, l’incremento porta la base a 611,85 euro.

Esempi numerici: cosa cambia davvero

Di seguito alcuni esempi semplificati, utili per comprendere ordini di grandezza e direzioni di marcia. Sono calcoli indicativi, su base annua lorda, che non considerano eventuali maggiorazioni, imposte o contributi figurativi.

  1. Uscita a 60 anni nel 2026 con montante a fine 2024 di 300.000 euro:
  2. Rivalutazione al +4,04% per il 2025: montante “base” per il calcolo a circa 312.132 euro.
  3. Coefficiente a 60 anni: 4,536%.
  4. Assegno annuo lordo indicativo: circa 14.155 euro. Confronto: nel 2025 la stessa età utilizzava +3,66% e coefficiente 4,615%, con un risultato molto vicino ma in vari casi leggermente inferiore/superiore a seconda del profilo retributivo complessivo. L’indicazione generale dalle simulazioni pubbliche è che l’aumento del montante nel 2026 tende a compensare e spesso superare il calo del coefficiente.
  5. Uscita a 67 anni nel 2026 con montante a fine 2024 di 400.000 euro:
  6. Rivalutazione +4,04%: montante per il calcolo a circa 416.178 euro.
  7. Coefficiente a 67 anni: 5,608%.
  8. Assegno annuo lordo indicativo: circa 23.332 euro. Nel 2024 a parità di montante e 67 anni il coefficiente era 5,723% (più alto), ma con una rivalutazione del montante inferiore; nel 2026 l’effetto combinato tende a non penalizzare chi rimanda l’uscita rispetto a chi è uscito nel 2025, a parità di carriera e retribuzione.
  9. Perequazione 2026 su pensione già in pagamento di 1.500 euro/mese:
  10. Rivalutazione +1,4% piena (entro 4 volte il minimo): nuovo importo mensile lordo circa 1.521 euro; aumento annuo di circa +273 euro.

Questi esempi non sostituiscono un calcolo personalizzato: la presenza di periodi ante 1996 (quote retributive), carriere discontinue, contributi figurativi o cumuli può cambiare sensibilmente gli esiti.

Le cinque cose da tenere a mente

1) L’“anno montante” che conta per te

Se miri a uscire nel 2026, il tuo montante è stato rivalutato con il tasso ISTAT 2025: +4,04%. Questo dato ha un peso spesso maggiore del “micro-taglio” dei coefficienti. Verifica sull’estratto INPS la consistenza del tuo montante al 31 dicembre 2024: è la base su cui si innesta la rivalutazione.

2) I coefficienti 2025-2026 “premiano” ogni mese in più

La scala dei coefficienti cresce con l’età: uno slittamento anche di 6-12 mesi può portare incrementi percentuali apprezzabili, specie oltre i 66-67 anni. Tuttavia, la scelta di restare al lavoro va valutata rispetto a salute, mercato del lavoro e tassazione: non esiste una regola valida per tutti.

3) Perequazione: aumenti piccoli ma certi

Dal 1° gennaio 2026 scatta l’+1,4% provvisorio: non ti farà ricco, ma preserva il potere d’acquisto. Ricorda che l’applicazione è a scaglioni: piena fino a 4x il minimo, 90% tra 4x e 5x, 75% oltre. Trattamento minimo a 611,85 euro.

4) Non tutti gli aumenti sono “uguali”

  1. Chi esce nel 2026 può vedere un iniziale “boost” più forte per effetto del +4,04% sul montante.
  2. Chi è già in pensione vedrà l’adeguamento +1,4%. Sono due meccanismi diversi, con basi e tempi diversi.

5) Norme e decreti: dove leggere i testi ufficiali

I riferimenti-chiave sono il decreto direttoriale 20/11/2024 sui coefficienti 2025-2026 e la comunicazione ISTAT sul tasso di capitalizzazione 2025; per la perequazione 2026, il riferimento è il decreto 19/11/2025 e la circolare INPS di fine dicembre. Leggere (o far leggere al proprio consulente) questi atti evita errori di interpretazione.

Domande frequenti (con risposte rapide)

Chi è nel sistema “misto” beneficia comunque del +4,04%?

Sì, ma solo sulla quota contributiva della pensione; la quota retributiva segue regole diverse. L’effetto percentuale finale dipende dal peso delle due quote nella tua carriera.

I nuovi coefficienti 2025-2026 si applicano anche a chi è già in pensione?

No. I coefficienti si “congelano” all’atto del pensionamento. Chi è già in quiescenza subisce solo la perequazione annuale.

Il tasso +4,04% può scendere o essere ricalcolato?

No per il 2025: il valore è stabilito e si applica ai montanti maturati fino al 31/12/2024. Ogni anno verrà poi comunicato un nuovo tasso in base all’andamento del PIL nominale.

La perequazione 2026 all’1,4% è definitiva?

È una misura “provvisoria” basata sull’inflazione registrata; l’eventuale conguaglio (in più o in meno) arriva l’anno successivo, come da prassi.

Consigli operativi per non sbagliare i conti

  1. Scarica l’estratto conto INPS e verifica:
  2. il montante cumulato al 31/12/2024;
  3. i contributi 2025 accreditati (che partecipano al calcolo senza ulteriore rivalutazione aggiuntiva per il primo assegno 2026);
  4. eventuali buchi contributivi colmabili con istituti come la “pace contributiva”, dove ancora prevista.
  5. Simula le opzioni di uscita a 66-68 anni: l’elasticità dei coefficienti in quell’intorno d’età può valere decine di euro al mese per ogni anno (o frazione) di rinvio.
  6. Valuta l’aliquota fiscale effettiva sul lordo annuo: differenze di 200-400 euro l’anno sul lordo possono ridursi sensibilmente al netto. Un CAF o un consulente del lavoro può produrre un quadro più realistico.
  7. Ricorda che eventuali riforme future non possono essere escluse; tuttavia, i tre meccanismi qui descritti — tasso di capitalizzazione, coefficienti di trasformazione e perequazione — sono previsti da norme strutturali e aggiornati con cadenze note (annuale o biennale).

Uno sguardo oltre il 2026

Gli esperti prevedono che i tassi di rivalutazione dei montanti possano restare positivi anche nei prossimi anni, in scia al PIL nominale. Resta però il tema della longevità: se l’aspettativa di vita risalirà stabilmente, i prossimi aggiornamenti biennali dei coefficienti potrebbero essere meno favorevoli. Per questo, chi è vicino alla soglia d’uscita dovrebbe confrontare anno per anno i due “timer”: quello della rivalutazione e quello dei coefficienti. È un equilibrio dinamico, ma nel 2026 l’ago della bilancia — per chi matura i requisiti — sembra spostarsi verso un modesto vantaggio grazie al +4,04%.