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la storia

María Corina Machado consegna la sua medaglia del Nobel per la Pace a Donald Trump (ma sul web è uno sfottò globale)

Gesto simbolico, tempesta social e molte domande politiche: il caso agita Caracas, Washington e Oslo

Redazione La Sicilia

17 Gennaio 2026, 04:05

“Un Nobel in cornice nello Studio Ovale”: perché María Corina Machado ha consegnato la sua medaglia a Donald Trump e cosa significa davvero

Nello Studio Ovale, accanto al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado sorride. È il 15 gennaio 2026, e il suo gesto – consegnare a Trump la medaglia del suo Nobel per la Pace 2025 – travolge il circuito politico-diplomatico e incendia i social. Ma cosa c’è dietro quell’immagine? E, soprattutto, cosa c’è di vero, cosa è simbolico e quali effetti può produrre?

Il gesto: “gliel’ho dato perché se lo merita”

Stando al racconto della stessa Machado, la decisione è maturata come “riconoscimento per l’impegno unico con la nostra libertà”. La dirigente ha spiegato di aver “presentato” la medaglia a Trump “a nome del popolo del Venezuela”, definendo l’incontro “molto emozionante” e sottolineando il valore politico del ringraziamento. A stretto giro, il Presidente ha ricambiato pubblicamente su Truth Social, parlando di una “meravigliosa donna” e di un “gesto straordinario di rispetto reciproco”. L’episodio è stato poi confermato anche con una foto ufficiale diffusa dall’account della Casa Bianca su X il 16 gennaio 2026: una cornice, la medaglia, una dedica scolpita e i due protagonisti in posa.

La frase-chiave resta però quella pronunciata in tv dalla stessa oppositrice venezuelana, quando ha sintetizzato le sue ragioni così: “gliel’ho dato perché se lo merita”. Un’espressione che ha trasformato un atto già clamoroso in un detonatore di reazioni: entusiaste da una parte, caustiche dall’altra.

Cosa cambia per il Nobel: la linea dell’Istituto norvegese

Sul piano formale, il confine è netto. Subito dopo le prime uscite pubbliche di Machado sulla volontà di “condividere” o “donare” il premio, l’Istituto norvegese del Nobel e il Comitato norvegese per il Nobel hanno ricordato un principio elementare, ma spesso ignorato: un Nobel non può essere revocato, condiviso né trasferito. Una volta assegnato – nel caso della pace, da una commissione indipendente a Oslo – la decisione è “definitiva e vale per sempre”. Tradotto: la medaglia materiale può cambiare proprietario; il titolo di “laureato” resta indelebilmente di María Corina Machado. È un punto giuridico e simbolico insieme: si può cedere l’oggetto, non la memoria ufficiale dell’albo d’oro.

Questa distinzione ha effetti pratici. Donald Trump non diventa un premio Nobel per la Pace; resta un presidente che ha ricevuto, come dono politico, la medaglia vinta da un’altra persona. E tuttavia la scelta di Machado piega – almeno per un ciclo mediatico – narrativa e percezioni: ecco perché l’episodio conta ben oltre l’aspetto protocollare.

La scommessa di Machado

Per capire il tempestivo omaggio di Machado, bisogna rimettere in fila il contesto. La leader dell’opposizione, da anni volto del movimento anti-Nicolás Maduro, ha ricevuto il Nobel per la Pace nel 2025 per l’impegno a favore dei diritti democratici in Venezuela, spesso pagato con repressione, interdizioni politiche e lunghi periodi di clandestinità. Il suo profilo internazionale è cresciuto, così come le aspettative di una transizione politica nel Paese.

Il rapporto con Washington è però complesso. Nelle settimane precedenti all’incontro nello Studio Ovale, il dibattito interno agli Stati Uniti su “come” accompagnare la transizione venezuelana si è intrecciato con valutazioni pragmatiche sulla figura che possa garantire stabilità, elezioni credibili e una gestione non traumatica delle leve dello Stato – dai servizi di sicurezza all’industria petrolifera. In questo quadro, più di un segnale ha indicato un raffreddamento dei vertici americani verso l’ipotesi di una investitura immediata di Machado come guida della fase di transizione. La dirigente, in controllo della propria narrativa, ha scelto allora un gesto ad alto impatto simbolico per parlare oltre i canali diplomatici, direttamente all’opinione pubblica americana e ai decisori: “Senza di te, questa transizione non parte” è, in filigrana, il messaggio a Trump.

La risposta di Trump: “ho fermato le guerre”

Il Presidente ha colto l’occasione. Il post e la foto ufficiale riportano la vicenda nei suoi codici retorici: gratitudine personale, leadership e la rivendicazione – ricorrente – di aver contribuito a “porre fine a conflitti”. È una narrativa che Trump ripete da tempo: farsi riconoscere non tanto come “uomo di pace” nel senso tradizionale, quanto come leader capace di forzare gli stalli e imporre accordi attraverso la leva della potenza americana. La medaglia altrui, incorniciata nello Studio Ovale, diventa così un potente oggetto di scena per alimentare un’immagine: quella di un presidente che “merita” il riconoscimento più famoso al mondo.

Ironie virali e critiche istituzionali

Se la politica ha preso appunti, i social hanno esondato. Su X si è scatenata un’ondata di meme e battute: paragoni con Homer Simpson che “ruba” titoli altrui, domande retoriche del tipo “se compro un anello del Super Bowl su eBay, ho vinto il Super Bowl?”, fino ai tormentoni: “la prossima settimana l’Oscar, poi il Pallone d’Oro e magari una stella Michelin”. La satira si è spinta in tv: lo showman Jimmy Kimmel, tornato da poco in onda, ha teatralmente “offerto” a Trump uno dei suoi trofei se il Presidente avesse ritirato l’ICE da Minneapolis, trasformando la vicenda in un segmento di costume politico.

Dall’altra parte, in Norvegia non sono mancate voci critiche – soprattutto politiche – a bollare l’episodio come “assurdo” o potenzialmente dannoso per l’immagine del Nobel; mentre il Nobel Peace Center ha rafforzato il messaggio istituzionale: “una medaglia può cambiare proprietario, il titolo di laureato no”.

Storia e precedenti: cedere una medaglia non è illegale, ma è raro e mai neutro

La tradizione dei Nobel conosce casi in cui le medaglie sono state vendute, donate o sequestrate. Il regolamento non lo vieta: il laureato è proprietario dell’oggetto e può disporne. Ma un laureato che “presenta” la propria medaglia a un leader straniero in carica – con una dedica così esplicita – è evento rarissimo e inevitabilmente politico. Non è un caso che Machado abbia evocato il precedente ottocentesco del medaglione con l’effigie di George Washington, donato dal marchese de Lafayette a Simón Bolívar: un richiamo storico pensato per inscrivere il gesto in una tradizione di “fratellanza” tra le due sponde. La differenza, però, è che qui non si tratta di un omaggio tra condottieri, ma del simbolo di un premio istituzionale con regole chiare e una governance severa. E il rischio di trascinarlo nel campo della contesa politico-partitica è concreto.