Venezuela, chi maneggia il potere dopo il “colpo” su Maduro: il triangolo che può decidere la transizione
Mentre Washington annuncia la cattura di Nicolás Maduro e parla di “gestione temporanea” del Paese, a Caracas la vice Delcy Rodríguez chiede prove di vita e si muove tra Costituzione, esercito e petrolio: nella stanza dei bottoni restano tre figure-chiave del chavismo
“Abbiamo catturato Nicolás Maduro. Gli Stati Uniti gestiranno il Venezuela finché non ci sarà una transizione sicura”. Sono le prime ore di un 3 gennaio 2026 che riscrive gli equilibri della regione. A Caracas, però, un’altra voce si alza: quella della vice presidente Delcy Rodríguez, che al telefono con la Tv di Stato chiede “prova di vita” del capo dello Stato e della moglie, Cilia Flores. E scandisce: “Maduro è l’unico presidente”. Due narrazioni che corrono in parallelo e che svelano la vera posta in gioco: chi comanda, ora, in Venezuela.
La versione di Washington e la domanda di Caracas: dov’è Maduro?
Nelle prime ore del mattino, Trump rivendica un’operazione speciale “di ampia scala” che avrebbe portato al sequestro del capo dello Stato venezuelano e della first lady, trasferiti — secondo la ricostruzione americana — verso New York per affrontare capi d’accusa di narcoterrorismo pendenti dal 2020. A fare da eco, la conferma che “gli Stati Uniti non escludono gli stivali sul terreno” e intendono “riattivare le infrastrutture petrolifere” coinvolgendo le major americane. Una linea aggressiva, paragonata dagli osservatori alla cattura di Manuel Noriega nel 1989 e definita dallo stesso presidente una gestione “temporanea” del Paese latinoamericano. Ma da Caracas, la reazione istituzionale è l’opposto: la vice Delcy Rodríguez, in diretta con la Venezolana de Televisión, dice di non conoscere il luogo di detenzione di Maduro e pretende “immediate prove di vita” per lui e per Cilia Flores.
Trump: “Delcy collaborerà”. La diretta tv di Rodríguez: “È un rapimento. Il Venezuela non sarà colonia”
Qui si apre la faglia politica del momento. In conferenza stampa, Trump afferma che Delcy Rodríguez “è stata giurata” come presidente ad interim e che avrebbe parlato a lungo con il segretario di Stato Marco Rubio, garantendo “faremo tutto ciò che gli USA chiedono”. Ma in Tv, poche ore dopo, Rodríguez respinge l’idea di collaborazione e parla di “rapimento” e “aggressione illegale”, invocando la sovranità nazionale. Né la Tv di Stato né gli organi ufficiali venezuelani mostrano immagini di un giuramento. Il contrasto è totale: in pubblico, la vice fa quadrato con l’apparato chavista; dall’altra parte, Washington accredita una transizione guidata da lei, o comunque con lei nel perimetro. Per ora, nessuna prova visiva di un’investitura formale.
Cosa dice la Costituzione e cosa dicono i carri armati
Sul piano formale, l’Articolo 233 della Costituzione del 1999 stabilisce che, in caso d’assenza assoluta del presidente, i poteri passano alla vice presidente fino a nuove elezioni da convocare entro 30 giorni. Ma la politica reale venezuelana raramente segue un copione lineare. Il fattore determinante è il posizionamento dell’alto comando militare, guidato dal ministro della Difesa Vladimir Padrino López, perno della lealtà delle Forze Armate Bolivariane fin dal 2014. Finché Padrino resta al suo posto e l’intelligence interna si allinea, la “transizione” proclamata dagli USA resta sulla carta. Al momento, le comunicazioni ufficiali di Caracas segnalano compattezza e condanna dell’azione americana.
La scena del potere: una triade che regge il chavismo
Al netto delle frizioni narrative, chi siede davvero sulla leva del potere in queste ore? Le figure che contano si possono ricondurre a un triangolo: lLa vice presidente Delcy Eloína Rodríguez: giurista, diplomatica, già ministra degli Esteri, oggi vertice politico operativo e — soprattutto — coordinatrice dell’area economica dal 2018, quando al fianco di Maduro ha guidato la risposta alla stagione delle sanzioni e dei crolli produttivi. È sotto sanzioni UE e USA dal 2018, con un profilo costruito sulla gestione di dossier ad alta sensibilità: PDVSA, valute, negoziati energetici, relazioni con Russia e Iran. È lei a tenere i fili della sopravvivenza finanziaria del regime, tra baratti energetici, joint venture protette e triangolazioni; il generale Vladimir Padrino López: da 12 anni al vertice della Difesa, figura di continuità assoluta. Il suo ruolo non è solo militare: è garante del rapporto tra Forze Armate e sistema politico, l’uomo che nel 2019 restò con Maduro nel momento più caldo delle contestazioni. Qualunque transizione senza il suo placet è difficilmente sostenibile; il procuratore generale Tarek William Saab: ex difensore civico, tessitore di legalità “costituzionale” in chiave chavista, custode dei fascicoli e dei tempi giudiziari. In ogni scenario di “normalizzazione”, controllare procuratori e corti significa dettare la cornice giuridica della transizione.
In controluce resta l’influenza del “secondo uomo” del chavismo, Diosdado Cabello, snodo tra partito, apparati interni e sicurezza: un fattore di potere che nessun osservatore ignora.
Delcy Rodríguez, il dossier economico e il petrolio come ancora di salvezza
Se davvero la vice dovesse premere il pulsante della transizione — per scelta o per forza — il suo principale capitale politico è l’esperienza accumulata sul fronte economico. Dal 2018, Delcy Rodríguez è il volto del “gabinete económico”: la regia delle finanze pubbliche, della politica dei cambi, dei rapporti con PDVSA e dei canali di sopravvivenza commerciale del Venezuela sotto sanzioni. È la trincea dove si è negoziato con Russia e Iran e dove sono passati i progetti di joint venture per riattivare pozzi e raffinerie. Non a caso, nel novembre 2025, ha rivendicato l’estensione di 15 anni delle partnership tra PDVSA e un’unità russa (Roszarubezhneft) sui campi di Boquerón e Perijá, un segnale preciso agli alleati strategici.
Sul fronte interno, la Assemblea Nazionale nel 2025 le ha dato sponda con decreti d’“emergenza economica”, mentre Washington rialzava la pressione con la reimposizione delle sanzioni petrolifere. Il risultato: un’economia che resta fragile, ma agganciata a un lento recupero produttivo legato alle triangolazioni energetiche e a finestre di autorizzazioni per operatori stranieri “selezionati”. Nei suoi interventi pubblici, Rodríguez ha spesso scandito che le sanzioni hanno sottratto “risorse vitali” e bloccato CITGO, oltre a denunciare impatti umanitari. Vero o propaganda, è la narrazione con cui ha cementato il suo ruolo di “ministro dell’Economia di fatto”.
La prova di vita e il nodo della legittimità
La richiesta di “prova di vita” per Maduro e Cilia Flores è più di un gesto simbolico. È una leva negoziale: finché Caracas può sostenere che non vi siano conferme indipendenti sulla detenzione e sulle condizioni del presidente, la vice mantiene spazio per contestare qualunque annuncio americano di transizione “assistita”. Sul tavolo, peraltro, ci sono capo d’accusa federali in USA e la prospettiva, evocata dal procuratore generale americano, di un processo a New York. L’Amministrazione USA parla di Delta Force impegnata nell’operazione; nelle strade di Caracas si contano esplosioni nella notte e sorvoli di elicotteri. Gli elementi fattuali a sostegno delle versioni ufficiali sono ancora parziali; l’unica certezza è il disallineamento totale fra i messaggi di Washington e quelli del palazzo di Miraflores.
Trump e l’“interim americano”: petrolio, tribunali, politica interna USA
Il presidente Trump ha parlato chiaro: “gestione temporanea” del Venezuela e rilancio dell’industria petrolifera con “grandi compagnie americane” pronte a “spendere miliardi”. Ha aggiunto che “non teme” l’ipotesi di truppe a terra, anche se — ha lasciato intendere — ciò dipenderebbe dalla collaborazione di Delcy Rodríguez. Parole che scuotono alleati e avversari: in patria, si alzano voci bipartisan sul tema dei poteri di guerra e della legalità internazionale dell’operazione; all’estero, fioccano reazioni critiche da UE, Russia, Cina, mentre paesi limitrofi come la Colombia si preparano a gestire nuovi flussi di profughi. Una cornice che rende ancora più arduo trasformare la “gestione temporanea” in stabilità.
Se Delcy guida la transizione: i possibili primi dossier
Se, nei prossimi 30 giorni, la vice dovesse davvero assumere i poteri — come prevede la Carta — il suo “giorno 1” avrebbe alcune priorità inevitabili: sicurezza interna e catena di comando: rapporto con Padrino López e cooptazione dei vertici delle FANB. Senza esercito, nessuna riforma regge; tenuta istituzionale: gestione del Tribunale Supremo e interlocuzione col procuratore Tarek William Saab, per dare copertura legale a emergenze e decreti; petroleo y negocios: negoziato con Washington su sanzioni e con gli alleati (Russia, Iran) per non bruciare i canali di sopravvivenza. Qui il baricentro è PDVSA, i joint project ereditati e la possibilità di aperture “controllate” a capitali occidentali senza perdere il controllo politico; legittimità democratica: definire un calendario elettorale credibile. Una data e regole verificabili da osservatori indipendenti sarebbero il primo segnale serio verso l’opposizione e la comunità internazionale.
In tutti i casi, la postura pubblica di Rodríguez — almeno per ora — è di fermezza nazionalista: nessuna resa, nessuna “reggenza americana” ammessa, “relazioni rispettose” semmai, ma senza cedere sulla sovranità.
La posizione dell’opposizione e l’ombra lunga del 2024
Il mosaico non è completo senza l’opposizione. Trump ha espresso scetticismo su María Corina Machado e, più in generale, sulle figure che negli ultimi anni hanno incarnato la sfida a Maduro. Se la transizione dovesse essere pilotata dagli USA, la tentazione di puntare su un “pragmatismo istituzionale” — cioè su una Delcy Rodríguez normalizzata e “affiancata” — potrebbe prevalere su soluzioni di rottura. Ma la legittimità di questo schema dipenderà da elementi difficilmente ingegnerizzabili da fuori: la partecipazione dei venezuelani al voto, la fine della repressione giudiziaria contro dissidenti, la riapertura dei media.
Un precedente ingombrante: Panama 1989, ma il mondo è cambiato
Il paragone che molti fanno — Panama 1989 — aiuta fino a un certo punto. Allora, la cattura di Noriega chiuse un ciclo politico breve in un piccolo Paese con un legame organico con gli USA (il Canale). Oggi il Venezuela è un hub energetico, con un sistema di alleanze extra-occidentali (da Mosca a Teheran) attivato da Delcy Rodríguez negli anni delle sanzioni. E soprattutto, la società venezuelana è più frammentata, provata da iperinflazione, migrazione di massa e caduta del Pil. Immaginare una “amministrazione temporanea” senza una fitta rete di accordi multilaterali appare poco realistico.
La prossima mossa
La giornata che si apre per il Venezuela è un test di realtà. Se Delcy Rodríguez sceglierà — o sarà costretta — a un pivot pragmatico, agganciando un calendario elettorale e un allentamento concordato delle sanzioni in cambio di garanzie, la finestra per una stabilizzazione potrebbe esistere. Se invece prevarrà la linea della resistenza integrale, il rischio è un braccio di ferro prolungato fra Washington e Caracas, con ricadute sul prezzo del greggio, sui flussi migratori e sugli equilibri regionali. In entrambe le traiettorie, la chiave è sempre lì: nell’ufficio del ministro della Difesa, negli scambi tra vicepresidenza ed economia, negli atti della Procura. È il triangolo del potere chavista. Ed è da lì che, al netto degli annunci, si capirà davvero chi resterà al comando.