Catania
Il duro messaggio di Renna contro corse e scommesse sulla Festa: «Di Sant'Agata non vi importa nulla»
Il riferimento dell'arcivescovo di Catania, nella sosta di piazza Stesicoro, a quanto accaduto ieri con due candelore che hanno ostacolato il normale decorso della processione. Poi l'invito a rialzarsi dopo i danni del maltempo e della frana di Niscemi
Come da tradizione anche quest'anno l'arcivescovo di Catania, monsignor Luigi Renna, ha rivolto un messaggio alla cittadinanza in occasione del giro esterno della processione per la Festa di Sant'Agata. La lettura del messaggio, che riportiamo integralmente di seguito, è avvenuta in piazza Stesicoro e ha preceduto la salita dei Cappuccini. La guida dell'Arcidiocesi di Catania non ha mancato di "tirare le orecchie" anche a devoti che fanno parte del cordone.
"Carissimi fratelli e sorelle di Catania,
qui dove fa sosta il busto reliquiario di sant’Agata, nel cuore della città, nel nostro antico anfiteatro romano, è stata posta una frase latina che dice il legame della nostra patrona con i suoi cittadini: «Per me civitas Catanensium sublimatur a Christo», che significa: «La città dei Catanesi attraverso di me è innalzata a Cristo». È una frase che racchiude i sentimenti di sant’Agata per tutti noi, e che sfidano i secoli, perché ancora oggi, a millenovecentosettantaquattro anni dal suo martirio e a novecento dal ritorno a Catania delle sue reliquie, attraverso la nostra sant’Aituzza, ci sentiamo rialzare da tutto ciò che ci fa cadere, e riportati a Cristo.
Cosa ci fa cadere, per cui abbiamo sempre bisogno di essere rialzati? Certamente sono le situazioni che turbano la nostra pace e la nostra sicurezza, e non dipendono da noi come è stato nei secoli passati per i terremoti, le eruzioni dell’Etna e recentemente per il ciclone Harry. Sono fenomeni naturali che solo quando sono prevedibili, possono farci evitare il peggio. Siamo particolarmente vicini a coloro che hanno visto le loro attività lavorative spazzate via dal ciclone a Catania e sulla costa jonica, e agli abitanti di Niscemi, che stanno guardando al futuro cercando anche nella fede un supplemento di speranza, per rimanere su quella collina e ricostruire in sicurezza parte della loro città. La chiamiamo resilienza, ma non dimentichiamo che essa ha bisogno di motivazioni e di solidarietà: sant’Agata ha sostenuto Catania con l’esempio di un martirio che è stato tutto il contrario della rassegnazione, e ci insegna a riporre in Dio la nostra speranza. Occorre saper aspettare e fidarsi di lui e nel frattempo non rimanere inoperosi.
Ma ci sono delle situazioni dalle quali occorre rialzarsi, dove noi siamo caduti per responsabilità umane. Alcuni giorni fa, nella catechesi popolare, ricordavo il titolo di un romanzo scritto da un siciliano, Alessandro D’Avenia, su don Pino Puglisi, dal titolo Ciò che inferno non è, che narra che 3P ha aiutato Palermo a valorizzare in essa tutto il bene che c’è, e ad accrescerlo. Questa espressione è tratta dal romanzo di un grande scrittore italiano, Italo Calvino, il quale ne Le città invisibili, ha scritto che in ogni città occorre «cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
Cosa è l’inferno in una città? È quello che può creare la nostra superficialità e il nostro egoismo quando fanno del male agli altri e gli rendono la vita impossibile. Non ci dobbiamo sentire umiliati se all’inaugurazione dell’anno giudiziario apprendiamo che nella nostra provincia è molto alto il numero dei minorenni e dei giovani protagonisti della devianza minorile. Sempre più ci sono persone disperate perché i loro figli sono caduti nelle tossicodipendenze ed hanno tolto la pace alle famiglie. Sappiamo che è una catena, perché la malavita organizzata vive di spaccio, e molta gente lo alimenta rimanendo invischiata in questa ragnatela. Alcuni giorni fa, il mio confratello di Palermo monsignor Lorefice, lamentava lo stesso triste fenomeno per quanto riguardava i ragazzi e i giovani. Non voglio guastarvi la festa, ma prendete sul serio quelle parole scritte nell’anfiteatro, perché sant’Agata aiuti tante persone a rialzarsi verso Cristo: che sincerità avremmo se domani, a luci spente, non avremo pensato a portarci la speranza nella vita di tutti i giorni?
A Catania c’è tanta gente di buona volontà che fa il suo dovere, tanto volontariato, tante persone che si prendono cura degli altri, delle loro famiglie, in silenzio. C’è un ragazzo a cui hanno fatto del male, ma ci sono tanti amici che sanno stare insieme senza violenza e senza fumarsi le canne; ci sono genitori che privano i loro figli del futuro trascurandoli, ma tanti di più che si spaccano la schiena ogni giorno per assicurargli un futuro. Ecco, davvero essi sono coloro che costruiscono la loro città, la città di Sant'Agata, con Dio.
Per questo stasera sento di dover fare due raccomandazioni. Una agli adulti e una ai giovani.
Agli adulti, che siete per lo più quelli che questa sera siete nel cordone, che pregate e seguite il fercolo. Anche a voi che seguite le candelore e che forse ieri avete ironizzato e scommesso perché due candelore hanno ostacolato il normale decorso della processione: ho letto alcuni post che inneggiavano a queste cose, e devo dirvi come padre che forse a qualcuno di voi interessa la gara, la coesa, la scommessa di Sant'Agata. Ve l'ho detto tante volte: le candelore non sono un giocattolo. Sono di Sant'Agata. Non si fanno giochi e scommesse. Vi prego cambiate vita se volete la benedizione di Sant'Agata. Questo mi fa vergognare di essere il vostro vescovo. Ma poi penso: sono vescovo e padre, richiamare fa bene ed è di estrema importanza che si cambi stile.
I nostri ragazzi hanno bisogno degli adulti, di genitori che stiano loro accanto, che parlino con loro, che si appassionino alle cose belle della vita; hanno bisogno di un papà che non tolleri che in tasca dei loro figli ci siano un tirapugni o un coltello, che dia delle opportunità che facciano crescere e valorizzare i loro talenti, come fanno tanti papà che investono sui figli e anche se sono poveri guardano al loro futuro, come quei cari ragazzi che abbiamo ascoltati più volte, quelli di Musica per Librino (Musicainsieme a Librino). Quello che si può insegnare in famiglia fino ad una certa età è importante. E se non le insegnate voi cari genitori queste cose cosa si porteranno nella vita? Anche la catechesi, la frequenza della chiesa, non sia qualcosa che sopportate voi e i vostri figli: la fede è una scelta che deve vedere coinvolta tutta la famiglia, e non può che aiutare i più giovani a farli crescere come Sant'Agata. I vostri ragazzi cresceranno come voi li educerete. E allora solleviamoci con Sant'Agata all'altezza di Cristo.
E una seconda cosa la voglio dire infine: a voi ragazzi e giovani perché a una certa età non vi basta la famiglia, cercare amici e modelli fuori della famiglia. Cosa troverete fuori dalla famiglia? Quello che noi, nelle parrocchie nelle scuole nella società, potremo loro offrire, non basta riempire la città solo di bar e di palestre, c'è bisogno di altro. Sappiate scegliere di essere intelligenti e amare la bellezza della vita, che non si può trovare in fondo ad una bottiglia di un alcolico o nell'ultima tirata di uno spinello. Sappiate costruire amicizie vere, nelle quali condividere ciò che è buono e bello; sappiate stare insieme nella logica dell'amicizia, del sano divertimento, e non in quella delle baby gang. La scuola, anche se vi può risultare pesante, è un tempo in cui si costruiscono amicizie e a volte anche amori oltre a un futuro lavorativo. E vi indico un'altra strada: prendetevi cura di un anziano, di un povero, scoprite la bellezza del volontariato, vi cambierà la vita, oltre che dare gioia a persone sole e infelici. Quanto è bello vedere negli occhi dei giovani volontari in varie associazioni la gioia di dire: metto la mia vita a disposizione degli altri. E al culmine di tutto la fede in Cristo, la stessa fede di Sant'Agata, che è stata una ragazza che credeva in Cristo come voi, gli ha saputo dire «sì» come ad un amico e come al modello e salvatore della sua vita. Gesù ha salvato la vita di Sant'Agata, ha riempito la sua esistenza di amore e di forza, anche quando ha dovuto dire dei «no» a chi le voleva far rinnegare una vita bella.
D'ora in poi, ogni volta che passiamo da piazza Stesicoro affacciamoci a quella ringhiera e leggiamo: «Per me civitas Catanensium sublimatur a Christo» e leggiamo la frase che Sant'Agata dice a noi: per me attraverso di me la città dei catanesi viene sollevata da Cristo. Se siamo caduti invocheremo Sant'Agata, perché ci faccia rialzare in Cristo. Se abbiamo delle responsabilità, chiediamole forza per portare in questa città «ciò che inferno non è». Se siamo genitori e nonni, pensiamo alle nostre responsabilità verso i giovani. Se siamo giovani e ragazzi sentiamo che solo una vita bella buona e pura come quella di Sant'Agata dà vera felicità e lei ci darà una mano a ritrovare la strada se l’abbiamo perduta. Per Sant'Agata questa città si rialzi sempre per andare verso Cristo e verso la gioia che Cristo promette".